Luci e città (o forse il contrario) – Ottava parte

di cristinadellamore

(Qui la puntata precedente)

Insomma, emergo dalla metro dopo un viaggio nel corso del quale ho pensato a lei, ed a come raccontarle la mia conquista, mi guardo intorno e sono presa da una sensazione particolare: cioè, mi sembra di essere già stata qui, e può essere stato solo quella volta in cui venimmo a Parigi assieme, ovviamente. Poi non ci penso più tanto, perché lei scende da un tassì e mi corre incontro per abbracciarmi e baciarmi, quindi non conta nient’altro.

Ancora abbracciate entriamo nel locale e davvero mi sembra di esserci già stata, e mi chiedo come è possibile. Lei dice qualcosa al cameriere che ci accompagna al tavolo e ne ha in risposta una specie di inchino ed un profluvio di parole incomprensibili, almeno per me. Faccio per sedermi e lei mi sorride e mi dice che ha bisogno di andare in bagno, questo ha spiegato al cameriere.

“Accompagnami, amore, tanto ho anche già ordinato”. Ma certo, magari ne approfitto anche io, solo che mentre scendo una ripida scaletta mi rendo finalmente conto che è vero, qui ci siamo state assieme, c’erano gli amici francesi di lei ed un’altra coppia di uomini. Divento viola, per fortuna lei non può vedermi perché mi sta facendo strada, e mi vergogno terribilmente per essermi comportata come una cagnolina in calore con un uomo appena incontrato e che non ho mai più visto.

“Lo so, amore, ma è passato parecchio tempo, ed allora eravamo due persone diverse”. Lei mi ha dato la mano, mi ha quasi trascinata nel bagno ed ha chiuso la porta alle mie spalle, io ho paura di toccarla e sto cominciando a piangere ma il bagno è piccolissimo e non posso sottrarmi al suo abbraccio.

“Per questo siamo qui, amore”. Lei mi bacia piano per non rovinarsi il rossetto e comincia ad accarezzarmi le tette, prima gentilmente, poi stringe con più forza e mi strappa un lamento che non è di dolore: ubbidienti, i capezzoli si drizzano contro il sontuoso tessuto del reggiseno, lei li cerca e li pizzica dolcemente. Sì, il mio corpo obbedisce a lei, a lei appartiene, così come la mia mente e la mia anima.

“Girati, amore, e tirati su la gonna, da brava”. Certo, tutto quello che vuole, mentre lei continua a strizzare ed a pizzicare i miei capezzoli, un po’ più forte, e intanto io comincio a respirare più pesantemente, a bocca aperta, e la vista mi si appanna per le lacrime e non solo. Lei mi passa la lingua alla base del collo e quasi mi si piegano le ginocchia, stringe ancora più forte le tette e credo, temo e spero di trovare i segni delle dita sottili e forti di lei, una volta che mi spoglierò, sulla carne gonfia che a lei piace tanto.

“Bellissime queste mutandine, amore, sono nuove? Cerca di non muoverti, non voglio strapparle”. Lei molla la presa sulle tette ma sento le dita che scorrono agili sui miei fianchi e mi trovo in un istante con le mutandine alla caviglia; una piccola pacca sul culetto è come al solito il segnale, mi chino in avanti come posso nello spazio ridottissimo e sobbalzo quando lei mi entra dentro; ha fatto in fretta a mettere lo strapon, mi penetra con determinazione tenendomi per i fianchi e mi dà un secco sculaccione mentre si infila dentro di me, fino in fondo, e mi sembra mi arrivi nel cuore e poi in gola.

“Dobbiamo fare in fretta, amore, altrimenti si rovina la cena. Toccati, lo so che ti piace”. Ed è vero, quando lei mi prende così lo faccio sempre, adesso è un po’ più complicato perché c’è poco spazio, devo tenermi in equilibrio e lei comincia a spingere più forte. Ma più è difficile più dà soddisfazione, riesco appena a sfiorarmi e vengo mordendomi le labbra per non urlare.

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