Solo per amore

La vita, l'universo e tutto quanto

Tag: coppia

Privo di titolo (6)

by cristinadellamore

Avete atteso un giorno in più e me ne scuso. Ecco il nuovo capitolo dell’inedito della nostra amica Cristina.

Mario Siniscalchi

Mi sento abbastanza forte e potente da affrontare la conversazione con gli altri Dom, in una mano una tortina un po’ troppo salata, nell’altra un calice di vino bianco così profumato da essere quasi stucchevole. Chiacchiero con la quarantenne ed il cinquantenne dagli occhi verdi e scopro che questa villa in genere ospita matrimoni e incontri aziendali (la quarantenne le chiama conventions sottolineando  la “s” del plurale e meritandosi un’occhiata derisoria del cinquantenne), ma una volta al mese organizzano un evento come questo del quale i due sono ospiti abituali e ogni volta, giurano entusiasti mentre affrontiamo un flusso ininterrotto di finger food davvero modesto, viene proposto qualcosa di nuovo e di eccitante. Io mi limito ad annuire fingendomi educatamente incuriosita: in realtà sto pensando a lei, mi piacerebbe raggiungerla e farle assaggiare qualcosa dalle mie mani. Mi basta pensare a lei e mi brillano gli occhi: il cinquantenne fissa nelle mie le sue iridi verdi e cambiando improvvisamente discorso mi chiede da quanto tempo ho la stessa sub. La quarantenne mi evita di rispondere facendolo al mio posto e con una risatina un po’ forzata dichiara che un sub è come il pesce e dopo un po’ puzza, quindi non più di due mesi. Nella conversazione interviene il biondo, che si è avvicinato alle mie spalle ma per fortuna si tiene abbastanza lontano da lasciarmi lo spazio necessario per girarmi e fronteggiarlo: dice che un sub devoto e obbediente è merce rara, quindi una volto trovato – e addestrato come si deve – va invece tenuto stretto. In fondo, aggiunge, è solo questione di creatività, da applicare e utilizzare per non annoiarsi.

Scopro inoltre che il biondo, così come l’ometto in palandrana e come me, è qui per la prima volta e si augura che tutto quello che ha sentito raccontare di questo posto sia vero; comunque, conclude, ha portato le sue corde e intende dare una bella dimostrazione di shibari. Il tizio in palandrana di abboffa di triangolini di pizza e non dice niente, limitandosi a tenere gli occhi puntati sulla scollatura della quarantenne, e insomma è palesemente il tipo di uomo ossessionato dalle tette; mi aspetto da un momento all’altro di essere a mia volta esaminata e, vi dirò la verità, non vedo l’ora di essere ispezionata da quel paio di occhi estranei e alieni, che magari mi giudicheranno più severamente di come è solita fare lei. Mi rendo anche conto che le cameriere sorridono un po’ troppo e mostrano un po’ troppa pelle ogni volta che si avvicinano. Il cinquantenne sorride e, dopo che una di loro gli ha nuovamente riempito il bicchiere, risponde alla mia domanda inespressa: sì, ogni volta è sempre la stessa storia, queste ragazze, sempre diverse ma evidentemente ben informate, sanno che gli ospiti, qui, sono merce pregiata, e ogni volta si dimostrano più che disponibili a fare compagnia ai Dom quando restano soli per la notte.

Come sarebbe a dire soli? Di questo nelle mail non c’era traccia e io non ho la minima intenzione di dormire da sola o, peggio, di sedurre una di questa sciacquette. Riesco a tenere il pensiero per me, e ancora una volta sono trasparente per il cinquantenne, e anche per il biondo. Il quale biondo si dilunga a spiegare che è una pessima abitudine dormire con il sub, che si fa delle strane idee, tipo che il Dom lo ama. Il cinquantenne invece si disinteressa e spiega all’ometto in palandrana che le cameriere non è che si fanno pagare ma gradiscono dei regali, e magari in caso di nuovo invito a cena la settimana dopo, un braccialetto o un anellino. Io annuisco e sposto di nuovo la conversazione sui sub, cercando di non pensare ad una notte solitaria in un letto freddo, con lei a due passi da me ma intoccabile. Il cinquantenne mi sorride, passa a parlarmi della sua sub che tiene sotto controllo con il ghiaccio e con il fuoco e a me viene un altro piccolo brivido perché si tratta di una pratica che adoriamo ed è stata una delle prime che lei, quando era la Padrona senza se e senza ma, ha fatto subire quando ero soltanto la sua cagnolina devota, affettuosa ma non sempre obbediente e disciplinata. Il cinquantenne aggiunge, per rispondere alla domanda che ho sulla punta della lingua – e accidenti a me, davvero dovrei starci più attenta, questi sono Dom e sono bravi a leggerti negli occhi e nella mente – che ha scelto la sub per il temperamento che dimostra e la sub ha scelto lui per il polso fermissimo. Questa sub, conclude, in realtà è una switch e non sempre sa stare al proprio posto.

Privo di titolo (5)

by cristinadellamore

A sciogliere la tensione arriva il concierge nazista, e non da solo: da ogni porta entra un suo gemello, stessa tenuta, stesso fisico, stesso sguardo un po’ assente. Uno di loro batte le mani ed è il segnale che aspettavamo: noi Dom, ciascuno a proprio modo, ordiniamo ai sub di seguire i nuovi arrivati, io tocco le spalle di lei con il frustino, prima a sinistra, poi a destra. Lei accenna un inchino ed indietreggia con grazia fino alla porta dalla quale siamo entrate, lì gira sui talloni e segue disciplinatamente il maggiordomo nazista. Seguo lei con la coda dell’occhio finché non sparisce, godendo dell’ondeggiare dei fianchi meravigliosamente snelli. So che prima o poi, forse anche già stasera, li vedrò segnati dal mio frustino ed al solo pensiero il mio cuoricino manca un paio di colpi, la vista mi si appanna e mi si bagnano le mutandine: insomma, non vedo l’ora.

Dunque, quando ho letto le mail ci sono rimasta un po’ male: insomma, già per la prima sera i sub sono separati, segregati da qualche parte per riflettere sul proprio stato, e cito letteralmente le istruzioni ricevute. Non solo: mentre ci penso, e non è passato che qualche minuto, eccoli di nuovo, vengono finalmente esibiti assieme e fatti sfilare lungo il salone. Lei è fieramente prima, i polsi ammanettati dietro la schiena e congiunti, con poco più di un metro di luccicante catena, al collare del ragazzo superdotato, ancora in erezione e sempre più impressionante perché ora posso guardarlo di profilo. Dietro di lui la ragazza rapata a zero, e mi rendo conto che ha delle tette davvero belle, poi il giovane mediorientale e infine la bruna che, incredibilmente, gira il capo e per un istante mi guarda negli occhi come a cercare un cenno di intesa: è assurdo ma la cosa mi rende fiera, una sub così forte è stata colpita da me e sembra interessata, se non amassi lei con ogni fibra del mio essere potrei davvero farci un pensierino.

Non so chi ha fatto partire l’applauso ma la sfilata dei sub che attraversano il salone da una porta all’altra è accompagnata dal battito delle mani dei Dom, che si spegne quando la bruna magra, in coda alla fila, sparisce diretta verso chissà dove e io vedo distintamente le mani ammanettate dietro la schiena che si chiudono a pugno e si aprono freneticamente. Non è contenta di essere qui. Vedo anche il culo: non me ne ero accorta prima, il Dom che mi ha quasi sedotta ha probabilmente il necessario polso fermo e certamente la mano pesante, ci sono segni di cane, alcuni recenti, altri più vecchi, su un bellissimo sedere.

Mentre mi chiedo come passerà la serata lei, e dove, l’atmosfera attorno a me cambia: al posto dei nazisti nel salone entrano cinque vezzose cameriere – camice nero aderente che si ferma appena sopra il ginocchio, grembiulino bianco e crestina – che portano senza soluzione di continuità stuzzichini e bicchieri ricolmi; è anche partita una musica di atmosfera ed io riconosco qualcosa che mi ha fatto conoscere lei, e che definiva l’arma segreta del padre, il sax di Fausto Papetti direttamente dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, lenti ideali per strofinarsi nella penombra con la scusa di ballare, e mi viene in mente che volentieri ballerei con quella bruna indomabile ed indomita: lo penso e non me ne vergogno neanche un po’. A lei sono fedele, ma dov’è l’onore della fedeltà se non ci sono le tentazioni da respingere? Comunque, quando questo week end sarà concluso mi accovaccerò volentieri ai piedi di lei sul venerabile e tiepido parquet di casa e ne parleremo. Lei, ne sono certa, mi aiuterà a comprendere quello che mi sta capitando; adesso però voglio godermi questa nuova e bellissima sensazione di potere che mi pervade.

Privo di titolo (4)

by cristinadellamore

Stringo la mano ad un ometto basso ed atticciato che indossa una strana palandrana bianca ed è seguito da una ragazza alta almeno venti centimetri più di lui, i capelli biondi tagliati cortissimi a mostrare la pelle del cranio, grandi tette alte e sode, gambe lunghissime che le invidio e, tra le cosce, un elegante triangolo dorato con la punta verso il basso come ad indicare la strada verso una fessura rosea e dilatata; tiene gli occhi bassi come deve ma per incrocio per un attimo il suo sguardo, due pupille azzurrissime fisse nelle mie prima che le palpebre dalle lunghissime ciglia quasi bianche ricadano. Il Dom mi guarda sereno e poi punta gli occhi su di lei, alle mie spalle: ecco un altro problema, perché questo ometto ridicolo e insignificante è abbastanza maleducato da studiare lei come un gatto guarderebbe un topo bello grasso. Ho studiato le regole e per fortuna non sono certo obbligata a condividere lei. Sarebbe diverso se mi offrissero il loro sub: anche se rifiutassi dovrei ricambiare comunque, e insomma attraverseremo quel ponte quando ce lo troveremo davanti. Con questo pensiero in testa mi controllo e provo a sorridere ma mi rendo conto che non mi riesce troppo bene. Passando oltre, sempre disciplinatamente seguita da lei, sento lo sguardo del Dom sulla schiena: indeciso a tutto quest’uomo, magari vorrebbe anche me.

Una quarantenne in abito da cocktail, eccessivo per il dress code della serata ma palesemente scelto perché mette in mostra più pelle di quanta ne copre, lunghi capelli di un rosso aggressivo, seno palesemente sintetico, mi sorride tirandosi letteralmente dietro con un pesante guinzaglio di cuoio un ragazzo con una gran testa di ricci neri e poco altro, tanto magro che gli si possono contare le costole. Completamente depilato, esibisce un cazzo enorme in sontuosa erezione. D’accordo, le dimensioni contano e queste sono da primato: a occhio, mi sembra ancora più grosso del nostro strap-on preferito, quello da venticinque centimetri. Passo oltre e non posso fare a meno di guardare ancora: il culo sontuoso della Dom, sottolineato dal tessuto aderente, e quello scarno del sub, segnato da cicatrici di vecchia data.

Procedo, sempre seguita da lei, e mi chiedo a cosa stia pensando in questo momento. Improvvisamente desidero non essere più qui. Sì, preferirei essere magari nella nostra casa in Basilicata, nella cantina che, ristrutturata, è diventata il dungeon perfetto per i nostri giochi: troppi occhi che guardano lei qui, che so tiene disciplinatamente i suoi bassi, fiera di essere mia. E così riesco a sorridere e a stringere la mano di un cinquantenne rapato a zero e vestito come Steve Jobs, dolce vita nero e jeans, penetranti occhi verdi che mi fissano curiosi, un accenno di rughe che mi danno l’idea di essermi sbagliata sull’età ed un sorriso un po’ inquietante sulle labbra piene: nonostante un accenno di pancetta un bell’uomo che guardo dall’alto in basso grazie ai miei fidi stiletti, visto che è alto cinque centimetri buoni più di me, con due belle spalle larghe. Si fa di lato e dietro di lui c’è una bruna abbronzatissima, un po’ più bassa, che porta fieramente un alto collare di cuoio rosso con luccicanti borchie di ottone; è magra più che snella, ha pochissimo seno e due occhi castani che per un attimo incrociano i miei prima di abbassarsi disciplinatamente; curiosamente non è depilata ed esibisce un ciuffetto nero proprio sulla commessura delle grandi labbra. Mi vergogno perché improvvisamente e fortemente la desidero e non capisco per quale ragione, forse per quell’occhiata che ci siamo scambiate e nella quale ho letto le stesse cose che leggo negli occhi di lei quando è la mia sottomessa, fiducia, amore e desiderio. Rivolte a me? Mi sembra difficile. E mi piace anche il Dom che potrebbe essere mio padre, è assurdo. O forse no: sono una Dom e posso fare tutto quello che voglio, e insomma sono entrata perfettamente nella parte. Così mi faccio di lato a mia volta e tengo gli occhi fissi sul Dom così da apprezzare la reazione alla vista di lei, ed è quella che mi aspetto. Sorpresa, meraviglia, ammirazione, tutto assieme. Quasi inconsciamente raddrizzo le spalle, inarco le reni e insomma faccio la ruota, fierissima di lei che ha deciso di essere mia e mi ha offerto sé stessa in premio per questa sera e per tutte le altre a venire. Mi basta per riprendermi e non mi pento di quello che ho provato per poco più di un istante. Guardo lei con la coda dell’occhio: non ha avuto bisogno di ordini, ha incrociato i polsi dietro la schiena e si è fermata lì dove la ho lasciata, le gambe un po’ allargate, le reni inarcate, la testa fieramente alta e gli occhi bassi, così da esporsi al meglio allo sguardo un po’ ironico del Dom, che io ricambio ispezionando la sua sottomessa che ha assunto la medesima postura. Certamente non è bella quanto lei ma è altrettanto fiera e altrettanto ben addestrata. Non ha un segno sul corpo, a dimostrazione che la disciplina può essere impartita con cura e attenzione: sì, perché sono certa che una sub come questa necessita di un polso molto fermo. E sono certa che lei, in attesa, sta scambiando un’occhiata con la sottomessa che ha davanti e ha capito benissimo quello che sto provando. E ne è contenta: fa parte del nostro percorso, non può averlo organizzato ma certamente lo ha previsto.

Privo di titolo (3)

by cristinadellamore

La nuova storia della nostra amica Cristina, purtroppo incompiuta, prosegue e diventa sempre più interessante.

Mario Siniscalchi

Dunque, stasera cocktail di benvenuto e cena informale per rompere il ghiaccio, ricapitolo mentalmente. Il mio prossimo ordine sarà quello di aiutarmi sotto la doccia, ma prima deve spogliarsi: lo fa con tutta l’eleganza e la serenità del caso, conscia come è di essere non bella ma bellissima, degna del letto di un imperatore – magari sarebbe l’imperatore a non essere degno di lei – e invece è mia come io sono sua ed è una sensazione meravigliosa.

Siamo pronte; per il nostro primo impegno profumo, rossetto, e jeans aderenti con camicetta di seta e stiletti per me, collare, manette e ceppi alle caviglie per lei che si sottopone di buon grado alla mia ispezione. Ammiro il corpo di lei – non mi stanco mai di guardarla e quando non c’è uso i miei ricordi e la mia memoria per ricostruirlo nella mente – dalla cima dei capelli alle punte dei piedini dalle unghie laccate di rosa pallido e, fattale voltare, mi beo della vista del culo alto e dei fianchi snelli. Sì, ho un piccolo nodo alla gola, nonostante tutto: sto per esibire lei davanti a un gruppo di sconosciuti e sono certa che attirerà l’attenzione di tutti. D’accordo, tiro un respiro e mi dico che siamo pronte, e finalmente sento bussare alla porta.

L’ufficiale nazista è venuto a prenderci e tra un battito di tacchi e l’altro mi prega di seguirlo senza degnare di uno sguardo lei: c’è un certo rispetto nei suoi occhi, ne sono certa, e non solo per quello che ha visto ma anche per quello che non ha visto, cioè il guinzaglio; per un istante mi chiedo se siamo le prime a scendere e se magari qualche cafone ha avuto voglia di esibirlo. Giù per le scale che abbiamo salito prima, fino all’ingresso, il nazista in testa, io lo seguo e non posso fare a meno di notare quanto gli stiano bene i pantaloni neri aderenti sul culo, e lei segue me. Non posso vederla ma la sento, e così è anche più bello.

Il nazista spalanca una doppia porta e si fa da parte, io tiro un bel respiro e attraverso la soglia per trovarmi in un salone ben illuminato, il pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri, le pareti nude di un bianco abbagliante sotto le forti luci che arrivano dai faretti sul soffitto a volta. Il salone sembra vuoto, ci siamo solo lei ed io, ed un istante dopo non lo è più, perché ci sono altre porte lungo le pareti, e da queste entrano altre coppie. Deve esserci stato un piccolo errore, o almeno lo spero, perché il nazista ci ha fatte entrare con un minimo ma percettibile anticipo rispetto agli altri. E invece saremmo dovuti arrivare tutti assieme, cinque Dom con i loro sub: è il momento di conoscerci.

È il momento di presentarci. Il primo è un uomo alto e biondo, più o meno dell’età di lei, fin troppo elegante con giacca blu, pantaloni grigi, camicia bianca e cravatta a righe, che mi fissa con due occhi azzurri che mi ricordano il ghiaccio. Due passi dietro un uomo più giovane, forse mio coetaneo, ancora più alto, muscoloso, bruno e dai tratti mediorientali: tiene gli occhi bassi ed è costretto a tenere la testa alta da uno spesso collare di metallo che luccica e quasi mi abbaglia. Ci salutiamo con un cenno del capo e non sfugge l’occhiata che il biondo scocca a lei oltre la mia spalla: da questo dovrò guardarmi.

Privo di titolo (2)

by cristinadellamore

Continua il nuovo inedito, e purtroppo incompiuto, della nostra amica Cristina, stavolta nei panni di una Dom, e della sua lei – Stella nel ruolo della devota sub.

Mario Siniscalchi

La mia stanza sembra accogliente: un letto molto grande – è un imbottito dalle linee eleganti – un armadio moderno fin troppo capiente con un grande specchio sulle ante, una piccola scrivania quasi da ufficio nobilitata da una poltroncina girevole in faggio curvato e paglia di Vienna; c’è anche abbastanza spazio per muoversi senza andare a sbattere da qualche parte. Un po’ inquietante, in un angolo, sul pavimento, c’è una stuoia di vimini e lì vicino è conficcato nel muro un robusto anello di scintillante acciaio; no, grazie, lei non sarà incatenata lì, a nessun costo. Certo, a meno che non si comporti proprio male, mi correggo in un lampo. Lei, gli occhi bassi, le labbra sottili socchiuse, attende ordini in piedi, silenziosa, le mani dietro la nuca; ad un mio cenno fa un piccolo inchino e prende a svuotare il trolley, riponendone ordinatamente il contenuto nell’armadio. Un’occhiata al telefono per controllare l’ora e vedo che abbiamo tutto il tempo: mi occupo io di quello che servirà a lei, che ho portato nella borsetta e che ho controllato e ricontrollato più e più volte, l’ultima stamattina mentre lei ancora dormiva o più probabilmente fingeva di dormire.

C’è tutto: collare, manette, ceppi per le caviglie. No, niente guinzaglio, lei non è una slave e non ce n’è bisogno. Non solo, manette e ceppi, in cuoio nero, serviranno solo per sottolineare la pelle di lei, così chiara e splendente, e l’elegante finezza di polsi e caviglie. Sono sicura che non dovrò usarli per contenere lei, che è in grado di ricevere la disciplina e l’educazione senza fare un movimento – e no, io ci provo, quando è il mio turno, ma non sempre ci riesco, e lei è così brava da fermarsi sempre un istante prima che io provi a sottrarmi alla mia meritata punizione. A proposito di punizione, proprio in fondo alla borsetta, seminascosto dai panni che ci ho infilato in tutta fretta, ecco il frustino comprato a Parigi, a Parigi inaugurato su di lei e su di me, e poi riposto con somma cura in attesa di questa occasione. Sì, è bellissimo, elegante e meravigliosamente efficace, e lei ne ha portato con orgoglio i segni sulla pelle di alabastro per quasi una settimana, io solo un paio di giorni in meno per via della grana e del colorito diversi. E poi, dovreste tenerlo in mano: si adatta perfettamente al palmo, diventa un prolungamento del braccio; molto meglio di quello che lei possedeva già prima di conoscermi e che tante volte ha sfiorato e accarezzato e morso senza pietà e con tanto amore il mio culetto rotondo e le mie tette impennate, strappandomi urletti e gemiti. Questo, penso, è il frustino perfetto e non vedo l’ora di usarlo di nuovo.

Nel trolley, invece, non c’è niente per lei, che non sembra sorpresa: è in attesa di nuovi ordini e di nuovo è in piedi con le spalle alla parete, la schiena ben inarcata, le gambe leggermente divaricate e le mani dietro la nuca, testa alta e occhi bassi, respira lievemente e resta perfettamente immobile, in una postura che esalta il fisico elegante e snello e mette in evidenza le tette che puntano in alto, ben più di quanto il reggiseno permetta. Ha appeso il mio vestito da gran sera nell’armadio, messo le scarpe al di sotto dopo avermi rivolto uno sguardo appena interrogativo che significava: “Signora, devo lucidarle, Signora?”, e dopo il mio diniego ha accuratamente spiegato e ripiegato il resto prima di riporlo ordinatamente nei cassetti. Guardo di nuovo lei e mi chiedo come è stato possibile che io, proprio io, abbia trovato l’amore della donna più bella del mondo, che mi ha insegnato tutto e ancora continua ad insegnarmi, che si è presa cura del mio corpo e del mio cervello; come è stato possibile, insomma, che io abbia ottenuto il primo premio alla lotteria della vita. E come sarà possibile che io che sono gelosa anche dell’aria che sfiora la pelle di lei quando cammina, per questo fine settimana mi troverò ad esporla ad estranei nuda, indifesa e sottomessa. Lei lo ha fatto con me, poi ha insistito per rifarlo sottomettendosi a sua volta e credo che non c’entri niente con la gelosia ed il desiderio ma molto con il principio di eguaglianza nella nostra coppia. O forse col desiderio ha a che fare: anche a lei piace, nei nostri giochi d’amore, mettersi in ginocchio e sentire il calore delle frustate sulla pelle.

Privo di titolo (1)

by cristinadellamore

Come promesso, ecco la prima parte del racconto incompiuto di un week end fetish nel corso del quale la nostra amica Cristina ha ricoperto il ruolo di Dom e la sua lei – Stella – quello di sub: se ricordate il lungo post “Una breve vacanza”, quella volta fu il contrario.

Ce n’è per altri sei puntate: spero seguirete la nostra amica Cristina in questa nuova avventura.

Mario Siniscalchi

Ho ricevuto per due settimane una mail al giorno: sì, perché gli organizzatori hanno centellinato le informazioni per il nuovo week end fetish cui parteciperemo, lei e io; non posso fare a meno di pensare che l’altra volta queste mail arrivavano a lei, e lei faceva l’espressione impenetrabile dei giocatori di poker quando io chiedevo se c’erano novità. Potrei incazzarmi ma non sarebbe giusto, fa tutto parte del gioco, che è il più bel gioco del mondo. Ma cosa avete capito, non il fetish, il nostro amore. Quando è giunto il momento mi sono rivestita della dignità di mistress per ordinare a lei di preparare i bagagli: per me, buona parte di quello che abbiamo comprato a Parigi, più un vestito sin troppo elegante che ho scelto da sola e sul quale ho ancora dei dubbi – sì, senza i consigli che lei può darmi spesso e volentieri ripiombo nell’incertezza; per lei, invece, molto poco. Sì, perché una sottomessa non ha bisogno di vestiti, le basta un collare, non credete? E già dalla sera prima lei mi ha risposto “Signora, sì signora”, ogni volta che mi sono rivolta a lei: giusto, così si fa. Insomma, il nostro bagaglio per questo week end sta tutto in un piccolo trolley, alla fine; lei venerdì mattina mi accompagna in ufficio con la venerabile Ural che ormai comincia a perdere qualche colpo, mi verrà a prendere alle cinque del pomeriggio in punto e già in quell’occasione ci sarà una prima sorpresa per lei, che è tutta farina del mio sacco, per una cosa del genere non ho bisogno di essere telecomandata con una mail. Si, perché è il venerdì informale e sono uscita di casa in jeans, maglietta e giubbotto di pelle, per tacere delle sneakers vintage, e mi faccio trovare in camicetta di seta bianca, shorts aderenti di pelle nera e tacchi a spillo.  Non c’è trucco e non c’è inganno, tutto merito di una borsetta capiente e della borsa del computer. Mi accomodo in macchina con un blando cenno di apprezzamento: le ha obbedito ed altro non poteva fare, e forse non si rende neanche conto di quanto sia bella con la camicia a scacchi di taglio maschile aperta sul seno impennato, che non è mortificato neanche dalla cintura di sicurezza e la corta gonna a portafoglio che scopre le cosce tornite fin quasi all’inguine. So che il tutto è completato dai mocassini leggeri portati senza calze.

Forse troppo leggeri, i mocassini, e non solo quelli. Qui è più fresco che in città, e mi spiego alcuni passaggi delle istruzioni che mi sono state fornite. Ci ho pensato per tutto il viaggio, durante il quale lei ha guidato con la consueta tranquilla perizia seguendo le indicazioni inserite nel navigatore, mentre io tenevo una mano possessiva poggiata molto in alto sulla coscia – acciaio ricoperto di seta – che sentivo fremere e contrarsi. Lei mi desidera come io desidero lei, lei mi ama come io amo lei, e queste deve bastarci per affrontare anche questa prova. La nostra destinazione è un enorme casale dall’aspetto molto rustico nel bel mezzo del niente, ovvero terra brulla a perdita d’occhio, come non immaginavo potesse esistere a poco meno di un’ora di strada da Roma, con filari di alberi che nascondono molto bene dei punti strategici della proprietà e che frequenteremo nei prossimi due giorni. La macchina condotta da lei nel buio fila via liscia perché la stradina privata che abbiamo imboccato, dopo aver percorso il raccordo anulare, la statale e la provinciale, è stretta ma asfaltata alla perfezione, e intanto non posso fare a meno di chiedermi, sia pure solo per un istante, quanto sia costato il nostro biglietto d’ingresso. Qui, cui accennavo prima, è uno spiazzo a malapena illuminato da piccole lampade poste a neanche mezzo metro dal suolo, proprio davanti all’ingresso principale del casale. Lei scende quasi di corsa, quasi di corsa gira intorno alla macchina e apre lo sportello dalla mia parte; fa anche un bell’inchino, profondo quanto basta per mettere in bella evidenza il solco tra i seni, a mio esclusivo beneficio. Per lo spettacolo che lei mi offre e per l’arietta frizzante che mi investe tutte le mie sporgenze diventano immediatamente più sensibili, i capezzoli si protendono contro il reggiseno leggero e la delicata cuspide della mia fichetta depilata preme improvvisamente contro le mutandine. Cominciamo bene: vedo forse un accenno di sorriso ironico sulle labbra di lei, mentre scendo dalla macchina e mi ergo sui miei tacchi da dieci centimetri? Il sorriso c’è, ma non è ironico: lei si raddrizza quasi sull’attenti, ed atteggia le labbra sottili ad un bacio prima di rispondere “Sì, mia signora” al mio ordine, chiudere lo sportello e prendere il nostro bagaglio. Senza voltarmi la precedo lungo i tre ampi e bassi gradini che conducono al portone, legno rinforzato da arrugginiti bulloni di ferro. Sento lo sguardo di lei su di me e me lo merito. Ho scelto di essere provocante al massimo, e rimpiango di non aver messo anche i collant neri a rete che infiammano lei per ragioni che ancora non mi sono spiegata; lei è legata a me più e meglio che con catena, collare e manette, come io sono legata a lei. Ho ancora un istante prima di aprire il portone, posso ancora tornare indietro. In questo istante mi dico che sì, lo facciamo, come lei ha esposto me ed il lato più bello e difficile del nostro amore io esporrò lei, e al diavolo la gelosia, perché il corpo di lei è un’opera d’arte che non si può nascondere al mondo, così come non si può nascondere il nostro amore, e voglio esibirlo e mostrarlo, proprio a cominciare da stasera. Tiro un profondo respiro e mi butto. Dietro la porta, proprio sulla soglia, impettito, un cameriere o forse il concierge, o magari il maggiordomo sembra un alto ufficiale nazista, tutto in nero, giacca, pantaloni, camicia e cravatta. Porta anche degli stivali neri e lucidi nei quali ha infilato i pantaloni, qualcosa che luccica sul bavero della giacca. Mi guarda e sbatte i tacchi, irrigidendosi sull’attenti, e rimane sull’attenti mentre passa, dietro di me, lei: mi chiedo cosa stia pensando, poi decido che ho già abbastanza problemi, questo fine settimana è frutto di una scelta che abbiamo fatto assieme, dobbiamo godercelo e farò tutto quello che posso perché vada tutto liscio.

Indovina chi viene a cena

by cristinadellamore

Amore, cucina e vita sociale in un colpo solo, in questo post che è secondo me è uno dei più particolari e meglio riusciti della nostra amica Cristina. Pubblicato per la prima volta il 3 marzo 2015.

Mario Siniscalchi

Ci abbiamo pensato un po’, ma poi alla fine lei si è decisa: l’ex stagista bionda viene a cena da noi.

“Dobbiamo organizzare bene la cosa”, ha detto, e non si riferiva al menù. Certo, non potevamo essere in tre, ma non troppi di più, anche perché lei non si è ancora decisa a sostituire la sua piccola lavapiatti da single, nella quale, con un po’ di creatività, riusciamo a far stare sei coperti ma non le pentole.

“Allora, ci vuole una coppia etero ed un etero single. Perché lei è etero, non è vero?”, ha deciso lei. Io la conosco, la domanda è puramente retorica, ma io non ne sono così sicura; quanto meno, non è omofoba e forse sarebbe anche disposta a fare una esperienza nuova. Comunque non sono affari miei.

“Sarà un venerdì sera, io resterò a casa e preparerò con calma il tortino di alici che ti piace tanto”. E’ vero, abbiamo fatto un gioco, una sera, e per il suo tortino di alici secondo la ricetta della nonna ho sopportato cinque frustate sul culo. “Non è vegana, spero”. No, non lo è, io mi accontento di una mela, di una arancia o di una banana, durante la pausa pranzo, e lei spesso apre una scatoletta di salmone al naturale e non rinuncia mai ad una fetta di mozzarella.

“Non dovrà essere niente di troppo elegante, e suggeriscile di venire direttamente qui con te, quando uscite dall’ufficio”. Lei pensa sempre anche ai dettagli, le farà anche trovare un accappatoio pulito e l’acqua calda per fare magari una doccia, ne sono certa.

E adesso non mi resta che condividere la ricetta del tortino di alici, ovviamente: tenetevi forte, perché vale davvero la pena.

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Eccesso di fiducia

by cristinadellamore

Pubblicato per la prima volta il 1 marzo del 2015. Dunque in temi non sospetti, la nostra amica Cristina parla di una semplice influenza stagionale. Colgo l’occasione per ricordarvi che occorrerà fare la terza dose, io sono già prenotato per la fine dell’anno, fatelo anche voi.

Mario Siniscalchi

Stamattina alle quattro mi sono svegliata tremando di freddo, nonostante il piumone in cui mi ero strettamente avvolta dormendo. Accanto a me, lei era sveglia e tremava come me. Febbre, abbiamo preso l’influenza, e per colpa nostra.

Ieri era una bella giornata di sole, siamo uscite con una amica e abbiamo fatto quattro passi in centro e ci siamo alleggerite forse troppo: giubbotto di pelle, maglioncino, jeans e scarpe da ginnastica. Solo che non faceva abbastanza caldo, e ce ne siamo accorte quando era troppo tardi.

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Un diavolo per capello

by cristinadellamore

Il mio vecchio scooter mi ha più volte lasciato a piedi, ma a casa non mi aspettava nessuno. E ho scoperto che la nostra amica Cristina e la sua lei – Stella – andavano dal mio stesso meccanico. Pubblicato per la prima volta il 28 febbraio 2015, anche questo è un post che mi ha colpito tantissimo per la dolcezza dei sentimenti.

Mario Siniscalchi

Lei ieri sera è tornata più tardi del solito. Nessun problema, mi aveva avvertita, ma era stanchissima e furiosa: la moto la aveva lasciata a piedi.

“La stessa cosa del mese scorso, quattrocento euro di meccanico, e di nuovo dopo essermi fermata a fare il pieno non è ripartita, ho aspettato mezz’ora e tutto è andato bene”.

Ovviamente ha fatto un cazziatone al meccanico, un omone di un metro e novanta per centoventi chili, ma che davanti a lei sembra un agnellino, che cercherà di sistemare la cosa e, soprattutto, lo farà gratis, ma la conseguenza è che per un fine settimana siamo appiedate.

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La bruna, la bionda e la rossa (tinta)

by cristinadellamore

Non sono sempre sole, la nostra amica Cristina e la sua lei – Stella. Ecco un piccolo esempio di vita sociale, happy hour con una collega; se su questa collega volete sapere di più potete provare a cercare stagista nel blog. Pubblicato per la prima volta il 25 febbraio 2015.

Mario Siniscalchi

Ci sono cascata. Ho invitato la ex stagista bionda, ora fortunata titolare di un contratto a tempo determinato di tre mesi al minimo di stipendio ed al massimo di lavoro, a prendere l’aperitivo con me.

In realtà avevo cercato di evitarlo: la avevo vista pendere dalle mie labbra, seguirmi e addirittura imitarmi (un giorno si è presentata con la treccia come me) e mi ero detta che non sarebbe stato male tenere un po’ le distanze, con questa ragazza un po’ più grande di me, con una laurea breve ed un paio di seni enormi che sembrano incollati su un busto gracile e mi chiedo come faccia a reggersi in piedi, peserà dieci chili meno di me ed è più alta di dieci centimetri. Ma, come dice lei, io sono troppo buona.

Aperol spritz per due, patatine, tartine ed ogni tanto un’occhiatina all’orologio, mentre la bionda parla, mi racconta che ogni fine settimana rimorchia un uomo diverso, se lo porta a letto – seguono dettagli, è davvero completa – e lo scarica la mattina dopo: complimenti, spero che almeno si diverta.

E finalmente, anche se sono seduta con le spalle alla porta del locale, sento che lei è finalmente arrivata: le luci diventano più brillanti, le tartine più fragranti, il suo profumo mi avvolge ancor prima del suo abbraccio. Come sempre, chiudo gli occhi e mi perdo l’espressione della bionda; quando rialzo le palpebre vedo che ha ancora gli occhi sbarrati e la bocca aperta, e sì che le avevo detto che vivo con una donna, e che donna.

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