Intolleranza

di cristinadellamore

Siamo di nuovo una accanto all’altra, stavolta semisdraiate sulle poltrone in questo ambulatorio, un ago in vena, il sangue che scende nelle sacche di plastica. Donazione al Centro Trasfusionale dell’antico ospedale sul lungotevere.

Come sempre quando ha a che fare con gli aghi, lei è pallida e tirata, e forse è ancora più bella: invece di inginocchiarmi ed adorarla, ho voglia di prenderla tra le braccia, farle posare il capo sul mio seno e confortarla.

Stiamo donando il sangue per sua zia, che poi non è proprio una zia.

“In realtà è la cugina di mio padre, figlio unico, è quanto di più vicino ad una zia io abbia. Un po’ più giovane di lui. E mi chiedo cosa sia andato storto”.

Infatti: meno di sessant’anni, e diverticolite, sangue nelle feci, emoglobina ai minimi.

“Non se lo merita, è una brava persona. Ci ha aiutati, all’epoca”. Io so cosa vuol dire, quando un camionista troppo stanco per reagire si è portato via i suoi genitori.

La gentile infermiera piccola e rotonda fa entrare un altro donatore; che poi è una donatrice, avrà la mia età, magra e tirata, gli occhi infossati. Ci guarda e si accomoda sulla poltrona più lontana. La conosco ma non la identifico. L’infermiera le pianta l’ago in vena e poi libera lei, che ha voluto passare per prima, nonostante tutte le sue paure.

Lei si alza un po’ barcollante, poi recupera l’equilibrio e punta dritta sulla nuova venuta; è di spalle ed io posso ammirare come i jeans fasciano le sue forme prima di infilarsi negli stivaletti da motociclista, so che sotto non indossa niente, decido che non appena tornate a casa le chiederò di toglierli lentamente per me ed il permesso di baciarla e leccarla e l’onore di sedersi su di me: io terrò addosso gli stivali aderenti che salgono ben oltre il ginocchio, i collant neri e gli short di jeans e toglierò solo il maglioncino sottile ed il reggiseno a balconcino.

Ma siamo ancora ancora lontani da casa. Lei si è chinata sulla ragazza nascondendomela ma mostrando ancora di più la curva della sue natiche, che conosco a menadito e che ogni volta desidero di più, e come un lampo mi viene voglia di prenderla lì, così, da dietro, due dita che la penetrano fino a farla urlare.

E’ il mio turno di essere liberata, l’infermiera tampone il foro dell’ago invitandomi a spingere forte, e chissà se immagina cosa stavo pensando, mi alzo e mi avvicino.

Lei lo fa sempre e sempre mi sorprende: sa che sono dietro di lei, senza voltarsi si rivolge a me: “Mia cugina ha dimenticato di salutarci. Stasera passiamo a vedere la zia, mi diceva che va molto meglio, dopo sette sacche di sangue, ma non è ancora stabile, e magari ci rivediamo”.

La ragazza è pallida, e non per la preoccupazione o per il sangue che sta uscendo dal suo gomito e riempiendo la sacca. Però riesce a dire grazie.

“E’ più di quello che mi aspettavo, non ho ancora capito se mi odia o mi disprezza”, mi ha detto prima di partire in moto verso casa. “Scusami se ho preso l’iniziativa, se vuoi stasera resti a casa”.

Ovviamente non voglio, ma pretenderò un risarcimento, ho venti minuti per pensarci, il tempo di arrivare a casa, ma non ne ho bisogno: ho già deciso cosa voglio da lei, in effetti.

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