Viaggi – Seconda parte

di cristinadellamore

Lei mi raggiunge ma non si avvicina più di tanto, e sì che avrei proprio voglia di un altro abbraccio, e non solo. “Vediamo”, sentenzia, “visto che è venerdì domani vai in ufficio in jeans, maglione e scarpe da ginnastica, in borsa metti il tailleur pantalone leggero e vedrai che ti avanzerà spazio per un paio di camicette. Prova, amore, io torno subito”, e sparisce nel bagno. Come sempre ha ragione; dentifricio, spazzolino, smalto, rossetto e tutto il resto vanno nella borsetta, ovviamente, e la borsa sembra addirittura vuota. Sento il suo profumo, mi volto e trovo lei alle mie spalle, ad un niente da me: ha tolto la felpa, ha tenuto addosso i jeans vecchi e stinti, mi abbraccia e mi trascina sul letto. “Mettiti al lavoro”, mi dice, “poi andremo a dare la buonanotte a mia cugina”. Il nostro viaggio comincia adesso, con quasi un giorno di anticipo.

So cosa devo fare, e sento la sua risata di piacere prima ancora che, in cucina, parta la lavapiatti; la fretta non è sempre cattiva consigliera, e lei è d’accordo, non le ho nemmeno sbottonato i jeans e so che, più tardi, potrò stringerla di nuovo. Non solo. “Non preoccuparti”, mi rassicura, “i giocattoli li porto io”. Sono molto più tranquilla.

Poi, insomma, la tranquillità è un’opinione, nel casino della Stazione Termini all’inizio di un week end lungo, con la paura di non riuscire a trovarla e magari di perdere il treno. Ansiosa, io? Solo quando lei non c’è, ovviamente; nel casino di cui sopra squilla il telefono, è la cugina che mi augura buon viaggio e mi dice che ha appena sentito lei, che è già alla stazione e mi sta aspettando, l’ansia cresce e poi si spegne di colpo perché, la vedo e lei vede me, uscite stamattina sotto il diluvio abbiamo rinunciato ai giubbotti di pelle e sopra jeans, canotta e felpa lei indossa il trench del padre ed io l’impermeabile del nonno, in due passi siamo l’una nelle braccia dell’altra e lei mi mette una mano sulla nuca e mi bacia proprio come si deve, e chissenefrega di essere in mezzo ad una folla, dobbiamo pure aspettare il treno.

“Abbiamo il tempo di fare uno spuntino, a Napoli prima delle nove di sera non si mangia, amore”, mi dice lei dopo essersi staccata da me; e sia, prendo la sua mano e mi lascio portare. Mi accorgo che lei non ha preso il trolley che in genere usa quando viaggia per lavoro, ma una valigetta di pelle un po’ male in arnese e dalla forma strana e squadrata, del colore del miele.

Che poi lo spuntino non lo abbiamo fatto, lei ci ha ripensato ed anche io: lei mi ha quasi trascinata al binario, si è avviata alla ricerca di un angolo tranquillo ed abbiamo ricominciato a baciarci. Negli intervalli per riprendere fiato ci guardiamo negli occhi sorridendo: non abbiamo bisogno di parlare.

Il treno è puntualissimo: con una certa sorpresa – ma solo nell’angolo del cervello che non desidera continuare baciare lei – mi accorgo che siamo in prima classe, o qualcosa di simile. Ci accomodiamo e ci offrono anche da bere ed i giornali, un po’ ridicolo a quest’ora. D’altronde non abbiamo voglia di niente, almeno non io. Lei si mette comoda e mi appoggia una mano protettiva e possessiva sul ginocchio.

“Il viaggio durerà poco più di un’ora, e tanto per stasera non si potrà fare altro che andare a cena. Per domani abbiamo in programma il vecchio centro, vedrai, ti piacerà”. Certo che mi piacerà, accanto a lei tutto mi piace. E per un’ora non deve assolutamente togliere quella mano. Non lo dico ma lei lo capisce benissimo, e mi accontenta.

Il treno è in orario, e ci mancherebbe, poi lei mi guida attraverso una folla appena meno compatta di quella di Roma fino alla metropolitana. Il viaggio è breve, sbuchiamo davanti ad una libreria e poi pochi passi. Lei mi tiene ancora per mano, mi sorride ed io non vedo altro che i suoi occhi e le sue labbra, non penso ad altro che a lei.

Anche in albergo, abbastanza lussuoso, non mi accorgo di quasi niente finché non siamo in camera, più ampia di quello che mi aspetto, un gran bel lettone, c’è anche un mazzo di fiori in un vaso. Lei mi incita a svuotare la borsa e ad appendere i vestiti, mi dà il buon esempio e intanto mi spiega: “Abbiamo un accordo con questa catena, come studio. Certo, questa volta pago io, ma diciamo che mi hanno fatto una specie di trattamento VIP. Ti piace, amore?”.

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