Incidente

di cristinadellamore

Stiamo tornando a casa e guida lei. Perché mi ha quasi ordinato di bere due birre gradevolissime, fredde e vellutate nel gran caldo per premiarmi non ho capito bene di cosa, ma non ha importanza. Non ha importanza neanche che io sia sul sellino posteriore del mio scooter. Lei lo conduce con consumata maestria, io la abbraccio stretta e va benissimo così.

Quasi non mi accorgo della deviazione dall’itinerario consueto, con la birra ancora frizzante nel cervello e la sua carne solida e calda sotto le dita, occupata come sono a pensare ad un regalo per lei non appena saremo a casa. Due curve nel viale semideserto di un sabato pomeriggio caldo e soleggiato. Più avanti c’è il nostro carissimo macellaio ma la spesa e’ già fatta. Dove stiamo andando?

Improvvisamente la strada non è più vuota: macchine in fila, c’è anche un bus rosso e luccicante dell’ATAC, e più avanti vedo lampeggiare luci blu; deve essere una macchina della stradale, sarà successo qualcosa.

Lei mette un piede a terra e ne approfitta per una fugace carezza sulla mia coscia nuda: siamo all’ombra, non è tanto caldo e la sua mano come sempre mi sembra rovente, un marchio a fuoco ogni volta che mi tocca. Si volta appena e mi spiega: “Volevo comprare un po’ di gelato, per stasera”.

Ottima idea. Anche più di un po’, magari, visto che ci sono molti modi di mangiare un buon gelato in buona compagnia. Provo un senso di perdita e di rimpianto: siamo ripartite a passo di lumaca e lei stringe il manubrio, non più la mia pelle. L’autobus si è districato dal piccolo ingorgo e adesso c’è spazio anche per noi.

Indirizzate dai gesti di un sudatissimo poliziotto dalla camicia blu stazzonata sfiliamo accanto ad un’utilitaria col il muso contorto, una moto rossa rovesciata su un fianco, una figura umana ancora con il casco integrale in testa stesa sull’asfalto. Non si muove, non c’è traccia di ambulanza, il cuore mi salta in gola ed anche lei ha un tremito.

Non c’è tempo e modo di fermarsi, passiamo oltre; lei trova il modo di infilarsi tra due auto in sosta, mette di nuovo il piede a terra e spegne il motore. Capisco.

“E’ inutile avvicinarsi, restiamo qui”, dice togliendo il casco. La imito e guardo orribilmente affascinata. Non c’è sangue per terra, forse non è grave, ma perché il motociclista, in jeans e giubbotto per fortuna, non dà segni di vita?

“Gli avranno detto di non muoversi. E intanto un molle colpo di sirena e un’ambulanza ci impedisce la vista. Non abbiamo bisogno di parlare, lasciamo lo scooter lì dov’è e ci avviciniamo per quanto possibile. In tempo per vedere che il motociclista è ora seduto sul fondo dell’ambulanza, i piedi a terra, si toglie il casco integrale e mette in mostra pelle liscia e lunghi capelli biondi e un’invidiabile curva del cuoio che copre il petto.

“Soprattutto sta bene, direi. E direi anche che qualcuno, su quella macchina, ha voluto fare il cretino. Peccato per la moto, sarà da buttare”. Respiro di sollievo e faccio male: la birra continua a frizzare, ma ora in una parte diversa del corpo.

“Resisti, compriamo il gelato e torniamo a casa. Che dici di farla davanti a me, accovacciata nella doccia?”, sorride lei. Dico tutto quello che vuole, purché dopo mi lasci mangiare il gelato come dico io.

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