Luci e città (o forse il contrario) – Ventiquattresima parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Lascio che sia lei a scegliere, alla fine, ed apprezzo l’effetto dell’abito quasi da educanda, con gli spacchi che, secondo i movimenti, espongono le gambe fin quasi all’anca che ha indossato lei; da parte mia mi sento perfettamente a mio agio con le tette bene in mostra sotto un maglioncino scollato a V e la giacca di pelle negligentemente aperta. Mi viene di nuovo voglia di lei, ma questo non dipende certamente dal vestito.

“Sai, amore, sono curiosa. Non mi hai raccontato quasi nulla dell’altro giorno, quando sei stata in giro da sola nella grande città”. Ed ho comprato quella meravigliosa biancheria che non vedo l’ora di indossare di nuova per lei ma che dovrò prima lavare a mano, ora che ci penso, non mi fido a metterla in lavatrice, neanche col bucato delicato, aggiungo. Non lo faccio apposta, in realtà è stato un riflesso automatico, e poi mi rendo conto che può sembrare un tentativo di cambiare discorso, visto che non ho raccontato a lei di Geneviéve, e sì che ci avevo pensato, ma poi sono successe troppe cose. Tiro un gran respiro e finalmente racconto la mia mattinata, il bar e la francesina che prima ha creduto che fossi io a provarci con lei e poi ci ha provato con me, e alla fine confesso anche che ci siamo scambiate i numeri di telefono. Non so bene cosa aspettarmi, ed il sorriso di lei mi allarga il cuore; non c’era da dubitarne, mi dico, lei ha capito benissimo lo spirito dell’incontro e si fida di me più di quanto io mi fidi di lei. Ma forse è giusto così, lei insiste ed ogni volta mi ricorda che il nostro rapporto è assolutamente alla pari, ma io qualche volta mi sento ancora come quella ragazza sporca, sola ed affamata che lei ha letteralmente raccolto sul marciapiede. Stasera però no, grazie al sorriso di lei, al piacere che ci siamo scambiate ed a tutto il resto.

“Allora, amore, sono ancora più curiosa: che dici se la chiamiamo e la invitiamo a cena?”. Ecco, proprio non me lo aspettavo, lei riesce sempre a sorprendermi e sì, mi sembra un’ottima idea, perché no: soprattutto perché voglio proprio vedere Geneviéve davanti a lei, come reagisce e come si comporta. Quindi prendo il telefono, compongo il numero e poi passo il tutto a lei, e mi disinteresso dell’incomprensibile conversazione nella lingua di Voltaire. Guardo lei e penso a quello che abbiamo fatto ed a quello che faremo: sono in vacanza, se penso solo a questo non sono certamente da biasimare, che ne dite. E lei deve capirlo, visto che mentre parla al telefono continua a fissarmi negli occhi ed a fare segno di sì con la testa: mi rendo conto che è un assenso rivolto a me, non all’interlocutrice all’altro capo del filo virtuale e allora, mentre lei parla e continua a sorridere, liscio un po’ di più il maglioncino sulle tette e raddrizzo le spalle più che posso. Sono premiata, mentre la conversazione si conclude, da un’occhiata più precisa e da una carezza quasi timida, mentre lei mi restituisce il telefono. Poi mi prende per mano e mi porta non a letto ma fuori: avremo modo di divertirci anche stasera, un po’ più tardi.

Insomma, appuntamento con la mia quasi conquista parigina davanti ad un bistrot niente affatto simile a quello in cui ci siamo conosciute: non solo il quartiere, visto che il viaggio in metro è durato a lungo, con un paio di cambi, ma il locale stesso, un po’ più buio, polveroso ed impregnato da un odore forte, anche se non sgradevole, che sa di lunghe cotture accumulatesi per anni ed anni sulle pareti, sul soffitto e, perché no, anche su tavolini e sedie. Lei fa in tempo a sorridere a me ed a farmi i complimenti per la scelta, poi si lancia in una rapida conversazione con Geneviéve dalla quale emergono entrambe parlando italiano, e meglio così perché altrimenti io non capirei assolutamente nulla.

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