Biancheria e zucchine (pochissime le zucchine)

di cristinadellamore

Prima domenica di autunno e fa ancora caldo, anche se non caldissimo. Ho scelto l’ora più calda, dal momento che tocca a me salire in terrazza: stamattina ho lavato a mano e steso ad asciugare il bucato delicato, il che significa una settimana di reggiseni e mutandine di tutta la famiglia, che sarà ormai asciutto.

Lei spesso mi accompagna, anche solo per il piacere di rubare un bacio ed una carezza davanti al panorama del nostro quartiere, ma oggi è alle prese con una preparazione complicata, un flan di zucchine con una ricetta nuova e si limita a sfiorarmi il culetto con una carezza che mi fa tremare le ginocchia e ad accettare il mio bacio all’angolo delle labbra.

Sole quasi abbagliante, avrei dovuto mettere gli occhiali scuri, e meno male che indosso solo la maglietta bianca XXL, perché qui fa davvero caldo, più di ieri sulla spiaggia. Ovviamente il bucato è asciutto, forse anche troppo; mi godo il sole e decido di piegare i panni qui, ventuno mutandine ed altrettanti reggiseni, può essere una cosa lunga e sento qualche goccia di sudore lungo il filo della schiena. Meglio così, lei adora il mio odore e quando torno me la troverò, ne sono certa, ad abbracciarmi da dietro, e che il flan se ne vada pure al diavolo.

Gli occhi socchiusi, sono a metà del mio lavoro quando la porta della terrazza condominiale sbatte rumorosamente contro il muro e non sono più sola in cima al quartiere: e’ arrivata la futura dottoressa che abita all’ultimo piano, più o meno della mia età, che lei detesta cordialmente per una certa aria arrogante. Figlia di medico e professore, insomma destinata a questo mestiere, il migliore in Italia grazie al numero chiuso (o almeno così dice lei, io non me ne interesso, ho avuto anche troppo a che fare con medici più o meno luminari e adesso, se appena posso, me ne tengo lontana).

La buona educazione per prima cosa: saluto, e vengo ricambiata. Ci vedo abbastanza bene, adesso, con gli occhi abituati al bagliore meridiano, e mi accorgo che anche questa ragazza ha semplificato l’abbigliamento, una camicia di taglio maschile che le copre appena il culo e, incongruamente, chanel tacco dodici. Mi correggo, quando si china per recuperare un paio di pantaloni neri mi accorgo che la camicia non copre abbastanza, e che sotto, come me del resto, non porta niente. E mi viene da ridere.

Risolvo voltandomi elegantemente e chinandomi a mia volta per depositare la biancheria nel vecchio cesto di vimini che, come mi ha raccontato una volta lei, conteneva rustiche prelibatezze per il regalo di Natale al padre da parte di qualche avvocato riconoscente. Il gioco mi diverte, quando io mi rialzo questa ragazza si china, e viceversa; io guardo, e secondo me a mia volta sono guardata.

Finisco prima io, saluto ed imbocco le scale: anche stavolta vengo ricambiata, forse con un filino di calore in più. E quando passo davanti alla porta dell’attico mi accorgo che è appena accostata e che dietro c’è qualcuno in attesa. Lo racconterò a lei, decido, mentre accentuo l’ancheggiamento: sono sicura che lei riderà, prima di abbracciarmi e di perdonarmi.