La Baita (3)*

di cristinadellamore

* Grazie a Lady Nadia, e lei sa il perché

Il tubino nero corto ed aderente nascondeva le mie cicatrici e metteva in mostra tutto il resto, le decolté tacco dodici mi avevano aiutato a darmi un’andatura barcollante: ero proprio una ragazza di città mezza sbronza e sperduta in una osteria di paese. L’unica donna: il nonno me lo diceva sempre, che il bar è per gli uomini.

Mai entrato in vigore, qui, il divieto di fumo: tabacco nero, toscano, pipa, fumavano tutti e tutti bevevano un rosso spesso ed acre che avevo lasciato nel bicchiere dopo essermi bagnata appena le labbra, quanto bastava per lasciare il segno del rossetto sul bordo non immacolato. Rosso brillante, un segnale nella nebbia, un richiamo in più.

Sempre più faticosamente avevo allontanato maschi più o meno in calore,tutti diversi ma accomunati dalla scarsa confidenza con acqua e sapone. Dovevo ancora aspettare; e finalmente una ventata gelida, un coro di bestemmie e di saluti; senza bisogno di voltarmi sapevo che era entrato proprio lui, quello che stavo aspettando.

Sentivo il suo sguardo sulla nuca, scoperta dall’acconciatura che avevo scelto con molta attenzione; poteva vedere poco del resto, ma avevo previsto che gli amici , tra un sorso e l’altro, mi avrebbero descritta, a voce neanche tanto bassa, con dovizia di particolari. Inconveniente, parlavano un incomprensibile dialetto pieno di gutturali e di aspirazioni, magari si stavano solo raccontando una barzelletta, a quello che potevo capire.

Se era una barzelletta, doveva essere oscena ed io ne ero la protagonista, perché dopo uno scoppio di risate, in un lampo, me lo ritrovai davanti, chino su di me a godersi una parte dello spettacolo; l’abito era accollato ma aderentissimo, e la parte superiore di stoffa molto sottile.

Lo lasciai guardare quanto basta prima di dirgli di accomodarsi, e mi mossi leggermente sulla sediaccia di legno da osteria; il mio seno seno gli fece un cenno di saluto. Non basta, preso di nuovo il bicchiere mi bagnai le labbra con quell’impossibile vinaccio e ci passai sopra la lingua. Molto lentamente. I suoi occhi diventarono due spilli, sentivo davvero la puntura lì dove erano fissi: proprio quello che volevo, farlo perdere nei particolari che gli mandavano richiami sessuali e non vedere lo spettacolo per intero.

Mi fece portare un’altra brocca di vino senza nemmeno chiedermi se voglio ancora bere. Nessuna importanza, mi appoggiai alla spalliera, mi misi di traverso ed accavallai le gambe, molto in alto. Avevo provato e riprovato, non sentendomi sicura dopo la riabilitazione, e riuscii al primo colpo ad incrociare le caviglie: lo scopo era far risalire l’orlo del vestito appena quanto bastava per mostrare l’alto bordo di pizzo delle autoreggenti.

E intanto lui parlava ed io facevo finta di ascoltare: in realtà stavo già vivendo i minuti successivi, per essere sicura di non sbagliare niente: lui era alto venti centimetri più di me, e pesava cinquanta chili di più, quindi mi ripetevo di stare molto attenta.

Finalmente lui si alzò e mi tese la mano. Io la accettai, mi alzai a mia volta, un po’ a fatica, e lo seguii attraverso il locale, conscia del brusio di sorpresa degli avventori: non avevano creduto che potessi fare la mia scelta così in fretta. Non potevo vederlo in faccia, ma ero certa che avesse una smorfia soddisfatta che gli scopriva i denti irregolari e non curati, una smorfia che conoscevo bene.

Mi fece cenno di salire in macchina: ovviamente non gli passò nemmeno per la testa di aprirmi lo sportello. Meglio così, entrando nel macchinone vecchio e sporco feci del mio meglio per mostrargli quello che ancora non aveva visto e che alla luce della lampada di cortesia si poteva solo intravedere. Rimase sorpreso.

“Portami da qualche parte, ma in fretta, non posso più aspettare. Perché credi che non abbia indossato le mutandine?”, gli dissi sfiorandogli con una carezza la coscia attraverso il consunto cotone dei jeans che indossava e che non aveva probabilmente mai lavato da quando li aveva comprati. Mi rispose con un grugnito, e poi imballando il motore.

“No, non vengo a casa tua, infilati dietro quegli alberi, in macchina c’è abbastanza spazio. Bravo, così”. Frenò di colpo e mise quasi di traverso l’auto. Perfetto. Poi allungò le mani. Un po’ meno.

“No, omaccione, non così. Abbassa il sedile e tirati giù i pantaloni, ci penso io a te”.

Buio, un paio di lampioni in lontananza, ed eccolo lì, proprio dove lo volevo, jeans e mutande alla caviglia, un uccello di ragguardevoli proporzioni già quasi in erezione.  Scavalcai con attenzione la leva del cambio e mi misi a sedere a cavalcioni.

“No, no, non hai bisogno di togliermi il vestito, stai tranquillo e lasciami fare”, e cominciai a muovermi, molto lentamente, dopo essermi appena sollevata. Un altro grugnito, e finalmente chiuse gli occhi.

Senza smettere di muovermi frugai silenziosamente nella borsetta, e intanto gli dicevo che sentivo che stava diventando grosso e duro, ancora più grosso e più duro di quanto avevo potuto immaginare, e che non vedevo l’ora di prenderlo dentro, e che lo volevo anche dietro, nel culo, e che mi piaceva tanto già così. Lui stava sempre con gli occhi chiusi.

Li spalancò quando gli infilai il coltello a serramanico subito sopra l’ombelico, sangue che schizzava ed un urlo. Un altro urlo quando affondai la lama in mezzo alle gambe, l’ultimo quando la estrassi tagliando tutto quello che c’era da tagliare. L’ultimo perché lo soffocai con quell’uccello così grande e duro. Era ancora vivo”

“Molto più bello che con il tuo amico, lui è morto troppo in fretta”, gli dissi prima di scendere dalla macchina.

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