Privo di titolo (5)

di cristinadellamore

A sciogliere la tensione arriva il concierge nazista, e non da solo: da ogni porta entra un suo gemello, stessa tenuta, stesso fisico, stesso sguardo un po’ assente. Uno di loro batte le mani ed è il segnale che aspettavamo: noi Dom, ciascuno a proprio modo, ordiniamo ai sub di seguire i nuovi arrivati, io tocco le spalle di lei con il frustino, prima a sinistra, poi a destra. Lei accenna un inchino ed indietreggia con grazia fino alla porta dalla quale siamo entrate, lì gira sui talloni e segue disciplinatamente il maggiordomo nazista. Seguo lei con la coda dell’occhio finché non sparisce, godendo dell’ondeggiare dei fianchi meravigliosamente snelli. So che prima o poi, forse anche già stasera, li vedrò segnati dal mio frustino ed al solo pensiero il mio cuoricino manca un paio di colpi, la vista mi si appanna e mi si bagnano le mutandine: insomma, non vedo l’ora.

Dunque, quando ho letto le mail ci sono rimasta un po’ male: insomma, già per la prima sera i sub sono separati, segregati da qualche parte per riflettere sul proprio stato, e cito letteralmente le istruzioni ricevute. Non solo: mentre ci penso, e non è passato che qualche minuto, eccoli di nuovo, vengono finalmente esibiti assieme e fatti sfilare lungo il salone. Lei è fieramente prima, i polsi ammanettati dietro la schiena e congiunti, con poco più di un metro di luccicante catena, al collare del ragazzo superdotato, ancora in erezione e sempre più impressionante perché ora posso guardarlo di profilo. Dietro di lui la ragazza rapata a zero, e mi rendo conto che ha delle tette davvero belle, poi il giovane mediorientale e infine la bruna che, incredibilmente, gira il capo e per un istante mi guarda negli occhi come a cercare un cenno di intesa: è assurdo ma la cosa mi rende fiera, una sub così forte è stata colpita da me e sembra interessata, se non amassi lei con ogni fibra del mio essere potrei davvero farci un pensierino.

Non so chi ha fatto partire l’applauso ma la sfilata dei sub che attraversano il salone da una porta all’altra è accompagnata dal battito delle mani dei Dom, che si spegne quando la bruna magra, in coda alla fila, sparisce diretta verso chissà dove e io vedo distintamente le mani ammanettate dietro la schiena che si chiudono a pugno e si aprono freneticamente. Non è contenta di essere qui. Vedo anche il culo: non me ne ero accorta prima, il Dom che mi ha quasi sedotta ha probabilmente il necessario polso fermo e certamente la mano pesante, ci sono segni di cane, alcuni recenti, altri più vecchi, su un bellissimo sedere.

Mentre mi chiedo come passerà la serata lei, e dove, l’atmosfera attorno a me cambia: al posto dei nazisti nel salone entrano cinque vezzose cameriere – camice nero aderente che si ferma appena sopra il ginocchio, grembiulino bianco e crestina – che portano senza soluzione di continuità stuzzichini e bicchieri ricolmi; è anche partita una musica di atmosfera ed io riconosco qualcosa che mi ha fatto conoscere lei, e che definiva l’arma segreta del padre, il sax di Fausto Papetti direttamente dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, lenti ideali per strofinarsi nella penombra con la scusa di ballare, e mi viene in mente che volentieri ballerei con quella bruna indomabile ed indomita: lo penso e non me ne vergogno neanche un po’. A lei sono fedele, ma dov’è l’onore della fedeltà se non ci sono le tentazioni da respingere? Comunque, quando questo week end sarà concluso mi accovaccerò volentieri ai piedi di lei sul venerabile e tiepido parquet di casa e ne parleremo. Lei, ne sono certa, mi aiuterà a comprendere quello che mi sta capitando; adesso però voglio godermi questa nuova e bellissima sensazione di potere che mi pervade.