Un tranquillo week end di emozioni – Parte undicesima

di cristinadellamore

(Segue da qui)

“Quando vuoi, amore”. Le prime volte ero in difficoltà anche nell’assumere la posizione che lei mi aveva insegnato, adesso grazie a lei sono più in forma, più magra e tonica, e mi è più facile. Così, tenendo le braccia dietro la schiena ed il busto più eretto possibile mi accovaccio bilanciandomi sulla punta dei piedi, con le ginocchia ben alte e divaricate. Non dovrei ma per un istante alzo lo sguardo e mi beo dell’espressione di lei, che mi fissa con amore e desiderio e più di un briciolo di aspettativa. Abbasso di nuovo lo sguardo, tiro un bel respiro e procedo, un bel getto che brilla sotto le luci che arrivano fin qui. Una volta lo facemmo in autunno inoltrato nel bosco accanto al paese in Basilicata e fu ancora più spettacolare perché al contatto con l’aria fredda dall’urina si alzò uno sbuffo di vapore, ma sono certa di aver fatto molto bene anche adesso.

“Sei stata bravissima, amore. Adesso andiamo, di corsa, e ti farò il bagno come piace a te”. Ma certo, di corsa. E no, non come pensate, io corro accanto a lei e non a quattro zampe, o almeno non stavolta. Corriamo assieme come pari, come lei mi ha insegnato. Come pari entriamo assieme in casa senza incontrare nessuno, raggiungiamo la nostra stanza e assieme ci infiliamo in una grande vasca piena di acqua calda e sapone profumato. Potremmo anche fare di nuovo l’amore, ma lei chiude le gambe, sorride e fa cenno di no, per oggi basta. Attenderemo domani.

E giuro, provo a fare la brava nel letto un po’ troppo morbido di questa stanza, addirittura col baldacchino, ma lei vuole sempre dormire abbracciata e si è stretta a me da dietro, le mani sulle mie tette, il calore della sua fica depilata contro le mie natiche, e si è addormentata in un lampo dopo avermi dato un bacio sulla nuca ed augurato la buonanotte con voce già un po’ impastata dal sonno, e così non ci sono riuscita. A lungo ho chiuso e riaperto gli occhi nella completa oscurità, ho provato a contare le pecore, a recitare le poesie imparate alle medie – quelle noiosissime dell’Ottocento italiano, non so se avete presente, tipo La donzelletta vien dalla campagna, oppure La nebbia agli irti colli, ma niente da fare, non mi addormento. Sarà perché lei è sempre più stretta a me, siamo come due cucchiai in un cassetto, mi respira sul collo e mi stringe possessiva ed affettuosa le tette anche mentre dorme, sarà perché non so cosa aspettarmi dalla giornata di domani ma so benissimo quello che vorrei. Vorrei passare la giornata, e la notte, e tutto il resto del tempo in questo parco, soltanto io e lei; vorrei essere per lei la ninfa dei boschi che compare all’improvviso e la seduce, oppure la preda di una caccia che viene abbattuta dal fucile di lei reso infallibile dall’amore, o perché no, giocare a me Tarzan, tu Jane, in versione per adulti. E mentre ci penso non riesco a tenere le dita lontane dalla mia fichetta che sento diventare sempre più umida e dal mio clitoride sempre più gonfio. E allora, e mentre già comincia ad albeggiare, immagino di essere l’eroina di un qualche romanzo tipo Harmony appena coperta da una camicia da notte bianca incrostata di pizzi, di essere legata al baldacchino con una ruvida fune che mi scortica i polsi, di essere alla mercé di lei che indossa una severa uniforme settecentesca nera ed oro, che non ha pietà di me, che non si lascia commuovere dalle mie lacrime, che prima mi frusta facendo quasi a pezzi il tessuto che protegge la mia virtù e lasciandomi segni rossi di traverso sulle tette e sulle natiche, che infine di quella virtù fa scempio in tutti i modi; e finalmente vengo mordendomi le labbra e mi addormento serena.