Nelle fauci del lupo – Parte quinta

di cristinadellamore

(La parte precedente è qui)

Sono tutti giovani, direi sulla trentina, in ottima forma fisica, gli uomini ben rasati – probabilmente vietate barbe e baffi – le donne ancora impeccabilmente truccate e pettinate, e sì che devono essere qui al chiodo ormai da un bel pezzo. Saluto con un cenno del capo, mi chiedo se devo presentarmi ma il grande capo decide per me e passiamo appresso. Sempre troppo vicino, il capo mi dice che questi sono i commerciali che stanno chiudendo la giornata, e mi guida nella stanza accanto.

Anche qui giovani chini sui portatili; entriamo senza bussare – del resto anche questa porta è spalancata – e tutti, come guidati da un sergente istruttore scattano in piedi e dicono in coro il “buon pomeriggio, signore” che mi sembra di rito. Il capo sembra molto fiero della disciplina, ringrazia con un cenno del capo e mi spiega che questo è l’ufficio amministrativo e stanno lavorando alla fatturazione che dovrà essere completata entro la mezzanotte di oggi. Preferisco non chiedere cosa può capitare a chi si trova in ritardo e penso che usando poco bastone e molta carota ho portato il mio team alla rendicontazione in tempo reale: lo tengo per me, a questi qui non voglio regalare niente. Noto anche, con una certa sorpresa, che c’è un dress code diverso per gli amministrativi, gli uomini in camicia azzurra e pantaloni di cotone blu, le donne in maglietta bianca e gonna nera stretta appena sotto il ginocchio; sono pronta a scommettere che l’azienda non ha passato certamente i vestiti, e insomma, con il mio tailleur rosso, la gonna che si ferma ben più in alto del ginocchio, spicco nel gruppetto dei dirigenti come un cardinale tra tanti pretini.

Per un istante, incrocio lo sguardo di un ragazzo bruno, penetranti occhi neri che immediatamente vengono abbassati; lo stesso fa una ragazza con una lunga coda di cavallo castana, due occhi di ghiaccio, così grigi e luminosi da sembrare quasi bianchi cercano i miei e poi sfuggono. Vogliono dirmi qualcosa? Magari mi chiedono aiuto? Mi invitano a scappare di qui a gambe levate? Non saprei; noi usciamo da qui a passo di carica e mi accorgo che con i miei stiletti sono ben più alta di questi tre piccoli Cesari che si beano del loro potere e sono fieri di mostrarmelo. E allora vediamo, anche io ho un piccolo potere. Chiedo mentalmente scusa a lei, raddrizzo le spalle ed inarco le reni: so l’effetto che fa sul mio corpo, me lo ha insegnato lei, assieme a mille altre cose. Guardate e non toccate, pensate a quello che potreste provare con le mie curve e le mie sporgenze ma che non proverete mai.

Esercitare il mio potere di donna non è senza conseguenze: la prima e più importante è che mi viene voglia di fare sesso. Non solo: lei me lo ha detto mille volte, sempre con il sorriso sulle labbra, della mia voglia se ne accorge chiunque, basta che mi guardi, perché mi brillano gli occhi, le labbra diventano ancora più gonfie e senza che io possa farci niente si socchiudono in un sorriso, e comincio ad emettere feromoni che si mischiano col profumo che indosso – oggi un po’ di Opium trovato in fondo ad un flacone impolverato che chissà da quanto tempo era lì – e col mio odore naturale, e così il risultato finale è pari a quello di una cagnolina in calore in mezzo ad un branco di lupi. Ed il bello è che non posso farci niente, si tratta di una reazione automatica, forse sviluppata quando davvero per lei ero solo una cagnolina, e lei era l’unica lupa che potesse approfittare di tutto questo.