Nelle fauci del lupo – Parte terza

di cristinadellamore

(Qui la parte precedente)

E ce la faccio fin quasi alla fine. Quasi, purtroppo, perché l’ultima domanda è qualcosa tipo: cosa sono disposta a fare per chiudere una vendita. E non è innocua come sembra. Per come è detta, per il linguaggio del corpo, per tutto quello che mi circonda significa in realtà: cosa sono disposta a fare per avere questo lavoro. Per fortuna lo capisco e la risposta, che dovrebbe essere tutto il possibile diventa immediatamente tutto quanto è opportuno: lei non si è trovata una moglie stupida, e sono assurdamente fiera di me per aver in qualche modo sventato il trabocchetto. Sono anche di nuovo preoccupata perché mi sono lasciata trascinare dall’orgoglio professionale e dall’interesse per questo lavoro, e davvero, questi tipi sembrano capaci e preparati, ed è un peccato che tutto sia reso così difficile da quest’atmosfera di sessismo e sopraffazione.

Il direttore commerciale annuisce e mi strizza l’occhio: è forse un gesto di comprensione e solo di derisione? Preferisco non pensarci, e comunque ha finito. Attacca a parlare il terzo, che è incredibilmente alto e magro e che, da quello che capisco, è il capo delle Risorse Umane – insomma, anche questi sono ben strutturati e posso permettersi fior di manager, magari strizzando come si deve i dipendenti.

Bene, possiamo anche togliere il magari, certo che lo fanno; gli amministrativi sono tutti ovviamente al minimo contrattuale del commercio, le due ragazze che ho visto sono in contratto di somministrazione – l’uniforme è quella dell’azienda dalla quale dipendono, questi qui certamente i soldi per cose del genere non li spenderebbero mai – infine i venditori hanno la scelta di mettersi in part time e scommettere il resto dello stipendio sulle provvigioni. E qui siamo al dunque: non ho ancora capito se vogliono davvero avermi con loro, e intanto il tipo mi spiega che una cosa del genere ovviamente è esclusa per i team leader che hanno meno tempo da dedicare alle vendite.

Già, perché se sono qui è anche perché non solo l’offerta economica era interessante, diciamo che come puro e semplice stipendio già ci andrei a guadagnare, ma perché il ruolo di cui si parlava, almeno sulla carta, è analogo a quello che ricopro adesso nell’azienda che, a quanto pare, non mi vuole più. Quindi smetto di preoccuparmi degli occhi che si strusciano su di me e provo a concentrarmi sul qui ed ora, perché se si parla di soldi la cosa non può che essere interessante, anzi interessantissima. Sgrano gli occhioni e potrei anche risparmiarmelo, perché il responsabile delle Risorse Umane ha i suoi fissi sulle mie cosce, proprio lì dove finisce la gonna, mentre mi spiega che per i quattro team leader – accidenti, allora sono in parecchi, qui, più di noi – lo stipendio è formato da quattro componenti separate. Tabellare, al minimo del commercio per i quadri, premio di risultato personale, premio di risultato di team e premio di risultato sul bilancio dell’azienda; conclude con la solita frase, cioè che gli obbiettivi sono sempre sfidanti, il che in qualsiasi azienda significa poco meno che impossibili.

Il tipo delle Risorse Umane continua dicendo che gli obbiettivi vengono fissati ad inizio anno e rivisti trimestralmente in contraddittorio con le persone interessate, e poi chiude immediatamente la bocca, come se qualcuno gli avesse tirato un calcio sotto la scrivania. Preferisco neanche provare ad immaginare cosa stava per aggiungere. Al suo posto continua invece il tipo seduto che, a questo punto, deve davvero essere quello che decide, direttore generale, amministratore delegato o comunque preferisca farsi chiamare qui, non l’ha detto ed io certamente non lo chiedo.