Nelle fauci del lupo – Parte seconda

di cristinadellamore

(Qui la parte precedente)

I saluti sono subito un problema, mi presento rivolgendomi a quello seduto, ne ho in cambio una risposta borbottata e l’invito ad accomodarmi; la poltroncina è bassa e traballante, resisto alla tentazione di tirare giù la gonna e mi limito a serrare caviglie e ginocchia, conscia di fornire un discreto spettacolo a chi abbia voglia di guardare. E tutti i miei interlocutori sembra abbiano voglia, si presentano uno ad uno senza guardarmi in faccia, e sarebbe divertente se non fosse imbarazzante perché uno mi guarda le gambe, gli altri due hanno gli occhi fissi sulle tette. Non c’è forse un accenno di sorriso sui visi di questi tre, come se fosse un gioco? In questa azienda sono famosi per i comportamenti arroganti e sessisti: potrebbe essere almeno in parte una leggenda metropolitana e questi uomini, sicuramente i capi, forse trovano divertente alimentarla.

Mi dico che in ogni caso ho visto e vissuto anche di peggio, quindi mi sforzo di ignorare i risvolti della situazione, mi concentro ancora sul tipo seduto e rispondo alla prima domanda, che poi è perché voglio cambiare lavoro. Mai qualcosa di originale, accidenti. Mentre rispondo con la solita lezioncina imparata a memoria, qualcosa che ha a che fare con l’esaurimento di un ciclo, il venire a mancare di una spinta propulsiva e la necessaria ricerca di nuove sfide riesco a pensare a lei ed a tranquillizzarmi del tutto. A metà dell’ultima frase vengo interrotta da colpetto educato alla porta che è proprio a due passi da me e dal tipo seduto che sbraita un avanti! senza preoccuparsi di chiedermi scusa.

Io continuo a fissare i miei interlocutori finché nel mio campo visivo non compare una ragazza che potrebbe essere la gemella bionda della bruna riccia che mi ha accompagnato qui: è anche vestita allo stesso modo, ma a lei questi colori non donano, è troppo pallida. La bionda si china sul tavolo per consegnare un fascio di carte, mi rendo conto che sta mettendo in bella evidenza le tette, si raddrizza, ringrazia indietreggiando per due o tre passi e poi se ne va. La seguo con la coda dell’occhio, non posso fare a meno di ammirare la danza dei suoi fianchi e mi chiedo davvero dove sono finita.

Bene, riprendo il controllo dei nervi perché mi è arrivata un’altra domanda, che pure è prevista e prevedibile, cioè cosa mi aspetto da un nuovo lavoro. La risposta è ovviamente preconfezionata: cerco nuovi stimoli, maggiori possibilità di crescita professionale e di carriera e, perché, uno stipendio più alto. Ok, è tutta una recita preconfezionata: questi signori probabilmente vogliono più che me come nuova commerciale il mio portafoglio clienti e probabilmente ci resterebbero male se scoprissero che quasi tutti quelli che ho sviluppato negli ultimi due anni sono vincolati da clausole di ferro alla mia vecchia azienda. E se vogliono me per ridurmi come le gemelle diverse che ho appena visto, bene, diciamo che non se ne parla neanche.

Il tipo seduto annuisce, poi deve fare un qualche cenno che mi sfugge perché la parola passa al tipo in piedi alla sua destra che sì, si è in qualche modo presentato ma non ho capito cosa faccia. Lo capisco a metà della prima domanda: deve essere i direttore commerciale, o comunque lo chiamino qui, e conosce bene il mestiere. Non solo, ha fatto palesemente la gavetta, ma ha anche studiato. Bene, strada facendo io ho imparato parecchio, e lei mi ha quasi costretta a studiare, quindi non sono completamente impreparata. Certo, è sgradevole discutere con un interlocutore che ti fissa le tette con un sorrisetto di superiorità, ma ci sono già passata: diciamo che questo qui non è che un altro cliente, cui devo vendere qualcosa. Posso farcela.