Nelle fauci del lupo – Prima parte

di cristinadellamore

Palazzo uffici allo sprofondo, appuntamento a tarda ora e meno male che ormai c’è luce fino a tardi perché su queste stradette girare di notte con lo scooter è una bella scommessa con in palio l’osso del collo. Nel piazzale sistemo lo scooter che ha ansimato un po’ nel posto riservato ai visitatori e mi controllo nello specchietto: il trucco ha resistito, il caschetto blu è ordinato e sotto il giubbotto tecnico la giacca del tailleur non è troppo stazzonata. Andiamo ad affrontare questa azienda dalla pessima fama che ha trovato il mio curriculum interessante. Mi avvio con passo deciso ed un attimo prima di varcare la soglia invio un messaggio a lei, scherzoso ma non troppo: la avverto che sto per cominciare il colloquio e le chiedo di venirmi a salvare con la SWAT se non mi faccio viva entro domani mattina.

I locali sono di una tinta verdina molto ministeriale, le pareti sono spoglie, il pavimento sembra un massetto di cemento, l’aria condizionata è rumorosa ma almeno funzione bene; appena varco la porta mi accorgo che qui non esiste l’orario di lavoro, è tardi ma c’è un sacco di gente attorno due grandi tavoli: sembrano tutti impegnatissimi con computer, telefoni e tablet. C’è anche una piccola scrivania accanto all’ingresso, presidiata da una bella ragazza dai lunghi riccioli neri che mi dedica un sorriso di circostanza e cambia espressione quando declino le mie generalità ed il motivo della visita diventando improvvisamente molta seria. Fa qualcosa con le mani fuori dalla mia vista, ascolta non capisco bene cosa perché non ha preso il telefono e conclude con un sissignore rivolto non capisco a chi. Poi si alza in piedi ed io mi rendo conto che questa ragazza è più che bella, è davvero bellissima. Alta quanto me, ma mentre io sono arrampicata sui miei soliti stiletti da dodici centimetri ai piedi porta dei semplicissimi mocassini marroni da liceale statunitense, lucidati fino a brillare, che ben si sposano con una camicetta avorio ed una gonna a portafoglio verde scuro: tra l’orlo della gonna e le scarpe ci sono due gambe interminabili e sotto la camicetta, abbottonata sino alla gola, preme un seno da gran premio.

La ragazza mi fa cenno di seguirla e mi precede mettendomi sotto gli occhi un culetto da primato, mi fa strada con andatura da modella fino ad una porta dello stesso colore delle pareti, bussa, apre e si sposta per lasciarmi passare: il tutto è durato un istante, e sì che io pensavo di dover fare un minimo di anticamera. Ringrazio con un sorriso la ragazza che abbassa gli occhi e mi chiude la porta alle spalle.

C’è poca luce, in questo che dovrebbe essere un ufficio dirigenziale ma è piccolo, privo di finestre ed arredato con un tavolo uguale a quelli che ho già visto nell’open space, un paio di poltroncine e poco altro. E mi sembra subito soffocante perché dietro il tavolo ci sono tre persone, uno scomodamente appollaiato sull’orlo di una poltrona, due in piedi alle sue spalle. Tutti uomini, tutti sulla quarantina, tutti in camicia bianca col colletto sbottonato e maniche rimboccate, cravatta allentata ed espressione sprezzante.