Pixel – Terza parte

di cristinadellamore

(Questa è l’ultima parte, segue da qui)

“Non è stata la mia prima donna, ma è stata la prima donna di cui sono stata una proprietà”. Mi chino in avanti per baciare di nuovo non le labbra ma le guance di lei, di nuovo per assaporare le lacrime salate e dolcissime. Poi chiudo le labbra di lei con mie. Non voglio sapere cosa facevano, e perché, questo è il passato e non posso e voglio sentirlo; ma lei si libera dalla mia presa, mi prende il volto tra le mani e mi tiene così, per parlare nella mia bocca, gli occhi negli occhi. Non mi oppongo, perché lei ha bisogno di parlare di questo, ed io ascolterò e poi cercherò di dimenticare, perché non posso e non voglio immaginarla indifesa e sperduta come sono stata sperduta ed indifesa io stessa.

“Mi eccitava il suo desiderio di me nei momenti e nei luoghi più impensati, amore, e la fantasia che dimostrava disegnando scenari”. Adesso è il mio turno di cominciare a piangere: sì, perché la immagino soddisfatta ed incosciente, come ero soddisfatta ed incosciente io quando ero nelle mani degli uomini che si servivano di me per il loro piacere e per vantarsi tra di loro. Spero che questa donna non abbia mai fatto a lei anche questo. E poi mi chiedo, e piango ancora più forte, se anche solo una parte di quello che facciamo, lei ed io, per darci tutto il piacere del momento, lei non possa averlo imparato da quella donna.

“Erano giochi di potere senza il lato D/s che ci piace tanto, amore. Io ero la fidanzata innamorata che faceva tutto per compiacere la partner, e solo dopo ho capito che quello che eccitava quella donna era la mia totale devozione ed obbedienza”. Insomma, non aveva importanza quanto lei potesse essere bella e brava a letto, ma solo che fosse docile ed obbediente. Questa è una cosa che posso capire, anche io sono stata docile e disposta a tutto, per un certo periodo della mia vita con lei, all’inizio per riconoscenza, poi per affetto, infine per amore. E lei si è innamorata di me come io di lei, è scattata la scintilla e ce ne siamo accorte assieme. Perché la scintilla non è scattata anche in quell’occasione? Non che me ne lamenti, per carità: in quel caso io chissà dove sarei adesso, certo non qui a piangere con lei e per lei, a provare e dimostrare che l’amore arriva perché va cercato, conquistato, coltivato e difeso.

“E poi, amore, alla fine ho capito e sono scappata”. Io piango ancora più forte, con i singhiozzi ed i lacrimoni, pensando alternativamente ad una mia vita diversa da questa, in mano a chissà chi e non accanto a lei, ed a lei che fugge da qualcosa e non riesco neanche a crederlo, perché lei va sempre, da quando la conosco, incontro al pericolo, come quando si è avvicinata per la prima volta a me, una sconosciuta che come adesso stava piangendo abbandonata su una panchina. Lei mi abbraccia a sua volta e dobbiamo davvero formare un bel quadretti, anche perché la stretta familiare dell’abbraccio di lei mi conforta e mi trascina giù dalla poltrona, fino a farmi trovare a mia volta in ginocchio sul pavimento. Ricambio l’abbraccio e lei risponde alla domanda che non ho posto: come è riuscita a liberarsi?

“Voleva cominciare ad offrirmi ai suoi amici, mi aveva creduta pronta per questo. Ma io non lo ero, chi ama non condivide. Non è vero, amore?”. Certo che è vero, e infatti noi non lo facciamo. La stretta di lei diventa più forte, il racconto è finito, non voglio sapere cosa è accaduto dopo, come è guarita, e quali ferite ha dovuto curare da sola, perché io non c’ero ancora. Ma adesso sono qui. La cena magari sarà bruciata, ma adesso ognuna di noi mangerà dell’altra, e sarà più che sufficiente.