Pixel – Prima parte

di cristinadellamore

Lei sta considerando qualcosa che non vedo, deve essere piccola, la tiene nel palmo della mano e deve essere anche qualcosa di sgradevole. Mi avvicino lasciando sul fuoco la casseruola nella quale cuociono i carciofi per stasera e finalmente lei alza gli occhi, che sono palesemente velati: adesso vedo anche che regge tra le dita una vecchia pennetta USB; lei ha un’espressione disgustata, come se fosse qualcosa di sporco.

“Pensavo di averla buttata via, amore, ne ero certa, e invece è rimasta in fondo alla borsa del computer, per tanti anni”. E comincia a piangere. Visto che ho promesso di amarla, onorarla, assisterla confortarla – anche di obbedirle, ma su questo ci sto ancora lavorando – mollo tutto, lo strofinaccio, il cucchiaio di legno, la presina e mi avvicino per stringerla in un abbraccio. E già che ci sono comincio a leccare via le lacrime dalle guance di lei, sono leggermente salate e mi eccitano improvvisamente, la mia stretta diventa più salda e più precisa e quasi involontariamente la mia mano cerca e trova un capezzolo sotto la felpa ed il reggiseno.

“Sai che non mi sono mai pentita di quello che ho fatto nella mia vita, amore. Ebbene, di questo dovrei, probabilmente”. Lei sembra indifferente alla mia carezza, con due dita stuzzico e pizzico ma il capezzolo di lei resta indifferente, piatto, non si sporge a chiederne ancora. E invece io mi sento già pronta. Non importa, resto così come sono, piegata in due, e mi predispongo ad ascoltare.

“No, amore, questa è una cosa che devi vedere. Prendi il mio posto, ti prego”. Lei si scioglie dolcemente dal mio abbraccio e si alza. Non piange più ma non sorride, anzi, è mortalmente seria. Sono preoccupata? Sì, tantissimo: non mi sembra di avere mai visto lei così, neanche nei momenti più difficili, quando non ce la faceva più a lavorare con i bambini abbandonati e le ragazze abusate. Lei mi lascia il posto sulla venerabile poltrona e prende il suo piccolo computer. Fa qualcosa sulla tastiera, poi inserisce il dispositivo e finalmente si inginocchia ai miei piedi, lo schermo rivolto verso di me.

“Dico sempre che non mi vergogno di niente del mio passato, amore, ma di una cosa si, invece”. Sul pc si materializza il primo piano sorridente di lei più giovane, come doveva essere qualche anno prima che ci incontrassimo. C’è qualcosa di diverso, però, nel sorriso e negli occhi castani di lei: una vena di tristezza, forse, che fa a pugni con l’espressione apparentemente felice. Guardo lei di sottecchi e confronto l’immagine con quello che ho davanti e sì, lei è ancora più bella adesso, e adesso sorride di nuovo e imbroncia le labbra per farmi sorridere a mia volta.

“Ed ecco perché mi vergogno, amore”. Lei fa scorrere le immagini ed ecco un altro primo piano. È una donna che dimostra una trentina di anni, capelli neri ricci e foltissimi, una vera testa di medusa, occhi nerissimi e profondi, zigomi sporgenti e labbra tumide semiaperte in un sorrisetto quasi minaccioso. Bellissima e pericolosa, insomma, proprio il tipo di persona che a lei è sempre piaciuta. Lei fa scorrere ancora le immagini: ecco lei nuda ed abbronzata, sorride e copre le tette con le mani e mostra un bel triangolino scuro in mezzo alle lunghe cosce semiaperte, e poi l’altra che esibisce una quinta abbondante ed un inguine depilato, e poi ancora lei di spalle, china in avanti, i fianchi snelli ed il culetto sodo in bella mostra, e la donna riccia accovacciata ad esibire una invidiabile figura ad anfora ed un profondo solco tra le natiche. Non sono in spiaggia, però: lì dove andiamo noi non si possono scattare foto, e infatti lei mi dice che erano sulla terrazza della casa della donna, arrampicata sopra i tetti del centro di Roma, con un panorama meraviglioso.