Cavalieri e principesse (in pericolo) – Terza parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Unica cosa buona, il traffico si è prima rarefatto e poi addirittura vaporizzato: sono sola su questo stradone in mezzo alla campagna e non devo contendere l’asfalto a camion o autovetture. Poi un altro curvone e mi sembra che non manchi poi tanto: davvero dovrei trovare il modo di tenere in vista il telefonino quando lo uso come navigatore, so che ci sono custodie e sostegni ideati proprio per le moto, ma non mi ci sono mai messa d’impegno a cercarle. Comunque, vedo un cartello che mi conforta, è la pubblicità dell’agriturismo e dichiara, ottimisticamente, che sono solo a due minuti dalla destinazione. Meglio così.

Un’altra curva, un altro schizzo di poggia sulla visiera, e mi sembra di avere le traveggole: ai margini della provinciale, da un lato e dall’altro, impeccabilmente scaglionate, compaiono delle donne in attesa, qualcuna addirittura seduta su vecchie poltrone da giardino, e si riparano precariamente dalla pioggia con i cappucci dei giacconi, tranne una, orgogliosamente in piedi, una gran testa di capelli a sfidare l’umidità, che si volta a fissarmi. Sono tutte di colore, tutte molto giovani, mi rendo conto mentre sfilo lentamente in mezzo a questa doppia fila, e qualcuno deve essere stato tanto perfezionista da farle sistemare in modo che non siano l’una di fronte all’altra.

Istintivamente ho rallentato ed ora procedo a passo di lumaca, quasi a passare in rassegna queste ragazze, che mi guardano ed immagino metà preoccupate e metà speranzose: speranzose perché potrebbero essere scelte, guadagnare qualcosa e fare contento lo sfruttatore che le ha portate qui, preoccupate perché potrebbero essere scelte, aggredite o magari uccise da un uomo scontento o semplicemente incazzato, con la voglia di sfogare la rabbia e la frustrazione di una vita mediocre.

L’ultima ragazza è quasi all’ingresso dell’agriturismo e mi fa un cenno con la mano, come per salutarmi, quando infilo la sterrata e passo ancora più cautamente sulla ghiaia del vialetto di accesso e del piazzale poi. Metto il piede a terra e chiudo gli occhi; non ho fretta di scendere, togliere il casco e tutto il resto e non mi importa di essere, forse, in ritardo. Prima di ogni oltra cosa, devo recuperare un po’ di calma, perché non riesco nemmeno a slacciare il sottogola del casco oppure a togliere i guanti, figuriamoci a stringere una mano o a mettere assieme una frase di senso compiuto per magnificare il nuovo gestionale integrato – camere e sala da pranzo – che il mio nerd preferito ha messo in produzione solo per il nostro team. Per fortuna il parcheggio è vuoto, sarà l’ora e la stagione, e nessuno può vedermi mentre mi metto a singhiozzare. Avrei davvero bisogno che ci fosse lei accanto a me, a tenermi tra le braccia e darmi forza mentre prende forza da me, come fa quando ci capita di rientrare tardi la sera e di trovare altre ragazze schierate sotto casa nostra: anche lei soffre quando vede queste cose.

Mi calmo per quanto posso e ritorno ai gesti consueti: via il casco, via i guanti, e finalmente sbottono il giaccone e mi libero anche dei copripantaloni. Pessima scelta di tempo, una raffica di vento più maligna delle precedenti porta un nuovo spruzzo di pioggia gelida che mi inzuppa ben bene; diciamo che una cosa del genere mi ci voleva proprio per raffreddare i miei bollenti spiriti e riportarmi con i piedi per terra. Mi guardo attorno: da qui non si può entrare, è tutto chiuso e sprangato, quindi riparandomi in qualche modo e cercando di proteggere borsetta e computer portatile giro l’angolo e trovo un ingresso secondario dal quale si affaccia una ragazza quasi in uniforme, camicetta bianca, gonna nera dritta appena sopra il ginocchio, luccicanti decolté nere col mezzo tacco che mi fa segno di avvicinarmi.