Negoziazioni -Seconda parte

di cristinadellamore

(Questa è l’ultima parte, segue da qui)

La cosa mi fa certamente piacere, ma sono troppo preoccupata per fare bene i complimenti all’energumeno: spero di recuperare quando arriverà anche il commerciale giovane, che pure ha chiuso i suoi contratti oggi; dovrei avere un quarto d’ora per affrontare la riccia, e intanto l’energumeno, ancora con il cappotto addosso e la borsa del computer a tracolla, corre verso il bagno salutandomi un po’ affannosamente. Meglio così, abbiano la stanza tutta per noi.

La riccia mi aspetta: in piedi, in un angolo della stanza, il computer acceso sul tavolo, dà l’impressione di una bestia braccata, con quegli occhi verdi sgranati ed inquietanti che potrebbero essere bellissimi se non fossero come velati da tutto il dolore del mondo; si vede che ha pianto. Oggi è vestita molto anni ’70, un ruvido maglione sformato ed una gonna lunga fino ai piedi, non è truccata ed è anche spettinata. Mi rendo conto che la gonnellona ha qualcosa di strano, e infatti la ragazza si muove ed ecco, ci sono degli spacchi che arrivano molto in alto, scopre le gambe fin quasi all’inguine, oggi non fa poi così freddo ma neanche tanto caldo da non mettere le calze, eppure ha le gambe nude, pallide come il viso. Ha le spalle al muro, e non figuratamente, e fa un altro movimento col bacino, come ad invitarmi. Peccato che non riesca a sorridere mentre lo fa, sarebbe più credibile, mi dico, e poi me ne pento.

Maledizione, ha più o meno la mia età, non esiste che reagisco così, ma mi viene voglia di abbracciarla e consolarla. Me la tengo, questa voglia, non è il luogo, il momento e nemmeno la persona giusta, mi faccio forza, deposito borsetta e computer sulla scrivania comune e contemporaneamente chiudo il computer della ragazza: non è attaccato alla rete, la batteria va preservata, è una mia vecchia abitudine.

Mi tolgo la giacca e contemporaneamente chiedo cosa mi deve dire di così urgente, e intanto arriva anche l’energumeno, con l’aria molto più tranquilla: proprio vero che per far felici gli uomini ci vuole davvero poco; aspettiamo il commerciale giovane e dovrebbe essere qui a momenti, quindi invito la riccia a sedersi e l’energumeno capisce l’antifona e dice che va a prendere un caffè, a quest’ora, poi.

Come è arrivato l’energumeno la riccia si è immediatamente ricomposta, e adesso siede con le ginocchia saggiamente accostate sull’orlo della poltroncina da dattilografa che si deve essere portata dietro dall’altro ufficio, tira su col naso e tiene lo sguardo fisso sulle mani intrecciate in grembo; le dita sono diventate bianche, le sta stringendo con forza. Tira su col naso e guarda oltre la mia spalla; so perché, tiene d’occhio la porta, e finalmente mi parla, in fretta ed a voce bassissima.

Insomma, dice che se davvero non la voglio non insisterà, ma mi prega di poter restare nel team e mi chiede scusa per aver insistito; poi mi chiede se davvero – di nuovo – voglio che venga a cena da me, e perché. Certo che la voglio a cena, a casa nostra, perché di questa storia non ci libereremo in fretta: questa ragazza deve assolutamente parlare con noi, spiegarci tutto e darci il modo di trovare una soluzione al suo male di vivere, che non può dipendere tutto dai problemi in ufficio.

E adesso, concludo con un tono allegro più che falso sentendo la porta aprirsi alle mie spalle, prendiamo il caffè e facciamo la riunione, in fretta perché è ora di andare a casa. La riccia riesce a stamparsi sulle labbra un sorriso: maledizione, in quale casino mi sto cacciando?