Guinzagli – Terza parte

di cristinadellamore

(Questa è l’ultima parte, quella precedente è qui)

“Così va meglio, amore. Ho una cosa per te, resta ferma come sei”. E sì, me ne accorgo, mi mette il collare, ben stretto, ed accidenti quanto mi piace, e quanto mi piace quando mi ordina di aprire la bocca e la usa per farmi reggere l’estremità del guinzaglio. Lei ha le mani libere, si stringe a me, sento sulla pelle il cuoio un po’ ruvido del giaccone che indossa, fa qualcosa e libera anche me, senza togliermi la benda. L’ordine è sempre quello di restare immobile, obbedisco al meglio che posso, anche quando lei infila una gamba tra le mie e comincia a sfregare la coscia coperta dalla tela jeans consumata e meravigliosamente morbida proprio dove mi fa più effetto.

“Bravissima, amore, ricordi come funziona il gioco dell’obbedienza, non è vero? E ricordi anche il piacere dell’attesa, ci scommetto”. Lei mi dà un ultimo bacio e si stacca da me, lasciando tremante, fradicia, mezza bollente e mezza gelata. Certo che conosco tutte le forme del piacere che lei sa darmi, eppure ogni volta lei me ne fa scoprire una nuova, come in questo momenti, perché lei dà un piccolo strattone al guinzaglio che si ripercuote in ogni parte di me e quasi mi strappa un grido che non è di dolore. Vuole che la segua, senza guardare, senza sapere, ed io ovviamente lo faccio, muovendomi a passettini e mi dico che manca qualcosa, dovrei essere nuda e muovermi a quattro zampe. I pantaloni calati fino alle ginocchia mi rendono impacciata più degli occhi bendati: lei mi guida con lenta sicurezza e mi avverte quando arriviamo alle scale.

“Incrocia le braccia sotto le tette, amore, e scendo pian piano, un gradino alla volta”. Lo so, lei mi precede di due o tre passi, e sono sicura che è pronta a sorreggermi se dovessi cadere, e allora avanti, un passo dopo l’altro, chiedendomi se devo addirittura desiderare di incontrare qualcuno. No, perché non me ne accorgerei e non sarebbe abbastanza eccitante senza vedere in faccia magari la ragazza che abita all’ultimo piano e che studia medicina, o addirittura la madre, una affascinante MILF che saluta sempre con grande educazione pur scrutandomi ogni volta con uno strano scintillio nello sguardo.

“Prendiamo l’ascensore, amore, sei stata bravissima e non voglio che ti faccia male”. Altro piccolo strattone, è finita la prima rampa e devo cambiare direzione per non andare a sbattere contro il muro. Lo faccio lentamente, muovendomi con decisione e precisione, ed eccomi alla seconda rampa, altri quindici gradini; so che se proseguo diritto arriverò alla porta dell’ascensore; finiti i gradini mi fermo, in attesa di ordini, allargando appena le gambe, per quanto i jeans stretti che mi impacciano sempre più me lo consentono. Sento che lei apre la porta dell’ascensore, poi un altro piccolo strattone: muovo di nuovo il passo e sono dentro.

“Ferma così, amore, girati, apri la bocca e metti le mani dietro la nuca”. Ho sentito la cabina muoversi appena sotto di me, e poi fermarsi: troppo presto, non possiamo essere già arrivate, ma non importa, perché sono con lei, e mi affido alle mani della persona che amo e che mi ama. Reggo di nuovo tra i denti il cuoio del guinzaglio, e sulla pelle sento le dita di lei che riprende proprio lì da dove aveva lasciato: mi strizza nuovamente il capezzolo rigonfio e sensibile, e contemporaneamente mi penetra con tre dita, ed io finalmente esplodo, cercando di non urlare e di non mordere il guinzaglio, cercando di restare ferma, cercando di dire a lei quanto forte sia il mio amore.

“Visto che ti è piaciuto così tanto, amore, resterai così fino a sera, che ne dici?”. Tutto quello che lei vuole, naturalmente. Sarà bellissimo.