Disintermediazione – Quarta parte

di cristinadellamore

(Questa è l’ultima parte, segue da qui)

Faccio finta di niente e me la porto appresso saltando i due bar che di solito frequentiamo e privilegiando la pizzeria a taglio: ho voglia di premiarmi e perché no, anche di sorprendere questa ragazza che continua a guardarmi e sceglie la pizza bianca, appena una striscia sottile per dimostrarmi che tiene alla linea, e allora vada per la pizza con salsiccia e broccoli, me la merito. Ci sistemiamo in un angolo, ad un tavolino in precario equilibrio, e mangiamo in silenzio; o meglio, la riccia non parla ma mi guarda con quegli occhi verdi sempre più inquietanti, a rischio di non farmi apprezzare questa piccola trasgressione alimentare.

Siamo sole nel locale, gli studenti del vicino liceo non sono ancora arrivati ed il baffuto gestore è impegnatissimo in una telefonata in una lingua incomprensibile. Se ha qualcosa da dirmi, la nuova collaboratrice dovrebbe cogliere l’occasione, ma resta in silenzio. E allora va bene così, mando giù l’ultimo boccone della pizza, ne vorrei ancora ma ci rinuncio, visto che già così stasera dovrò fare due o tre ripetute più del solito sui gradini della chiesa, e rinuncio anche ad una birra che davvero sarebbe più che gradita. Ci vuole il caffè, ed abbiamo il tempo di prenderlo al bar qui accanto, il miglior caffè del quartiere, dicono. Prima di uscire la riccia tira il fiato e si decide a parlare. Alla fine, avrei preferito fosse rimasta in silenzio, ci sono cose che è meglio non sapere.

Dunque, scrollando i riccioli rossi e continuando a fissarmi negli occhi, questa ragazza mi dice che ha dovuto fare un bel po’ di pompini per riuscire ad entrare nel mio team – addirittura più di quelli che ha dovuto fare per farsi trasformare lo stage in contratto di apprendistato e poi in assunzione a tempo indeterminato, ed è stata avvertita che a me piacciono le donne e quindi dovrà occuparsi anche di me. Preferisco farlo subito o magari la voglio portare a casa? Non c’è bisogno che offra la cena, non deve essere una scena di seduzione, e si accontenta di essere accompagnata, poi, alla più vicina fermata della metro; vorrebbe sapere che cosa preferisco, è meglio parlarne adesso per non trovarsi in imbarazzo al momento cruciale. Comunque, conclude, anche se non va pazza per le donne sa cosa fare, lo ha già fatto altre volte e insomma, non resterò delusa.

Intanto che la riccia parla io mi sento prima avvampare e poi gelare. Sono cose che non voglio sapere, sono cose che non voglio sentire, e naturalmente sono cose che non voglio fare: per come la vedo io, non è molto diverso da uno stupro, come può pensare che una donna possa fare una cosa del genere ad un’altra donna? Il mio silenzio imbarazzato smonta la mia interlocutrice che a sua volta arrossisce e devo dire che, con la pelle di rossa naturale che ha, è davvero un bello spettacolo. Anche questa volta equivoca: scusa, mi dice, non avrei dovuto metterla così, forse avrei dovuto inventarmi che ho una cotta per te e che ho mosso mari e monti per lavorare nel tuo gruppo ed avere l’occasione di agganciarti, allora facciamo finta che non ti ho detto niente e ricominciamo, vuoi?

No che non voglio, rispondo, nel senso che non voglio fare sesso con lei, né per forza né per amore. Espressione un po’ forte, da rossa che era in faccia la riccia sbianca; mi precipito a spiegare che la trovo molto bella e desiderabile, certo, ma sono una donna sposata e sono fedele a mia moglie. La prendo anche sottobraccio e quasi la trascino fuori dalla pizzeria, visto che stanno cominciando ad arrivare gli studenti affamati ed eccitati, e insomma non mi sembra il caso di far sentire a ragazzotti in piena crisi ormonale il nostro dialogo.

La riccia si tranquillizza grazie ad una tazzina di caffè e soprattutto grazie alla mia assicurazione che sì, va bene, dimentico tutto e non chiederò al direttore generale di sostituirla. Intanto ci penso meglio e mi dico che davvero la inviterò a cena, voglio farle conoscere lei, che magari potrà anche essere di aiuto, questa ragazza ne ha certamente bisogno.