Bloccata sul posto

di cristinadellamore

Allora, esco dalla riunione più che soddisfatta; ho giocato fuori casa, in un’elegante sala che non credevo di trovare in questa azienda sperduta nel nulla della campagna romana, sola contro tutti, ovvero il direttore generale, il direttore degli acquisti e l’ingegnere della produzione, ed ho piazzato l’ultimo gestionale, quello che mi convince meno di tutti ma sul quale abbiamo più margine. Con le modifiche che ci hanno chiesto e l’assistenza per due anni, praticamente ho fatto il budget di due mesi: posso tornare in ufficio e prendere fiato per un paio di giorni, unico problema non poter lavorare da casa, ma in questa settimana sono previsti incontri fin troppo importanti per il nostro futuro e voglio partecipare di persona.

Già, perché devo parlare col direttore generale che ha ricevuto il mio nuovo promemoria sulla necessità di maggiori risorse nel team, e me lo ha rimandato indietro con un enigmatico commento (dice che ha letto e ci deve pensare) e su questo non ho intenzione di mollare: più gente lavora con me più fa curriculum, per quello che può valere, e insomma, mi piace lavorare sul campo ma certe visite mi piacerebbe proprio evitarle. Come questa, per esempio, nel bel mezzo del nulla, dieci chilometri abbondanti di una strada stretta, ed un po’ dissestata fino al Raccordo, e insomma, intanto che mi bardo di pantaloni impermeabili, copriscarpe e cerata antipioggia indossata sul giaccone tecnico, mi viene anche un po’ di angoscia: oltre il piazzale asfaltato c’è il buio più fitto ed impenetrabile.

Mi faccio coraggio, mando un messaggio a lei, e meno male che c’è campo qui per il mio nuovo telefonino personale preso con gli sconti del Black Friday, allaccio il casco e metto i guanti imbottiti; abbaglianti accesi e via a filo di gas. Pazienza e tranquillità, e comunque in ufficio non ci torno, almeno non stasera, vado direttamente a casa, decido mentre affronto curve e controcurve ed ecco che ricomincia a piovere, acquerugiola fine e fastidiosa, che sembra non poter neanche bagnare ma invece bagna, eccome, almeno l’asfalto in pessime condizioni e già alla terza curva lo scooter comincia a sculettare un po’ troppo, quanto basta per preoccuparmi.

Probabilmente ho la pressione delle gomme un po’ bassa ma primo, qui non posso certamente fermarmi e secondo, anche se mi fermo non bosso certo gonfiarle con la bocca. Rido da sola, un po’ per il nervosismo un po’ perché mi è venuta in mente una scena dell’Aereo più pazzo del mondo che abbiamo visto, lei, la cugina ed io, qualche sera fa; l’unica cosa è rallentare ancora un po’, dai cinquanta scendo a quaranta. Meno no, magari rischio di farmi tamponare da qualcuno che questa strada la conosce meglio di me e la fa a tavoletta.

Esco da una curva con un po’ di tremarella perché la pioggia è aumentata ed il fondo è sempre più viscido e finisco quasi dentro una macchina dei Carabinieri che ha sì tutte le luci accese ma è proprio in un posto assurdo, esattamente dove nessuno la può vedere; gran frenata e piede a terra per controllare la slittata, nessuno si fa male e per tutto ringraziamento mi trovo a fissare la bocca di una mitragliatrice. Risalgo con lo sguardo lungo la canna e vedo la faccia di un bambino o quasi, due occhi sgranati sotto il berretto calcato sulla fronte e le labbra tirate in una smorfia: questo qui ha più paura di me, nonostante l’uniforme, l’arma e addirittura il giubbotto antiproiettile. Mi viene voglia di invitarlo a smettere di giocare a guardie e ladri e tornare a casa dalla mamma; riesco a stare zitta, non sarebbe stato il modo migliore per affrontare questa piccola emergenza di ordine pubblico. Per fortuna, alle spalle del bambino c’è un uomo più anziano, di cui intravedo i baffoni grigi da nonno; mi auguro che sia lui il capo, o che comunque riesca a tenere sotto controllo il collega.

In effetti, e con un tono fin troppo gentile, il bambino mi prega di scendere dallo scooter e di mostrare i documenti. Ed io che mi aspettavo chissà cosa, magari un ordine secco in tono tagliente tipo scenda molto lentamente tenendo le mani bene in vista; decisamente i Caramba non guardano i film americani di azione. Mi viene di nuovo da ridere: spegno il motore e do un calcetto al cavalletto laterale; lascio che lo scooter si appoggi e contemporaneamente alzo molto lentamente la visiera per poi godermi l’espressione sorpresa dei tutori dell’ordine.

Certo, lei dice che dovrei comprare qualcosa di più femminile per la moto, ma per una volta sbaglia: ho addosso reggiseno a balconcino, perizoma e autoreggenti con un alto bordo di pizzo, tutto in nero, e sono riservati a lei, che dovrà togliermeli molto lentamente quando sarò tornata a casa.