Piccolo e grande freddo – Terza parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Certo, come no. Giro lentamente sui tacchi e la squadro cercando di imitare l’occhiata gelida di lei quando ha a che fare con qualcuno che non le piace; vediamo, si è tinta male i capelli, sotto il biondo platino del taglio alla Marylin Monroe c’è un dito di ricrescita nera, si è truccata con la cazzuola da muratore e, a occhio, si è rifatta le tette perché non le aveva così grosse, ricordo benissimo che ero io la più fornita della classe. Poi si è anche messa una specie di sottoveste rosa palesemente senza niente sotto ed un paio di scarpe prese certamente su una bancarella. Ecco, queste sono soddisfazioni, vedere che tu stai meglio di qualcuno che per anni hai invidiato e cercato di imitare. Serenamente ci abbracciamo e sfioriamo reciprocamente le guance.

Lo rifaccio con le altre ragazze che più o meno sono nelle stesse condizioni e mi raccontano di fidanzati più o meno immaginari e mariti più o meno traditori e traditi, di lavoro che non trovano o che è precario e malpagato e di figli che non hanno nessuna intenzione di fare perché sono ancora giovani, e mi chiedo quanto c’è di vero e quante siano balle: una buona approssimazione dovrebbe essere metà e metà, e in fondo non mi interessa. Io resto sulle mie, rispondo a monosillabi e parlo il meno possibile, anche quando una rossa ricciolona che ricordavo con i capelli neri lisci e sempre un po’ sporchi mi chiede se l’anello che porto è vero; certo che lo è, me lo dato lei, ma non sono affari suoi e dico solo che non mi interessa e lo porto perché mi piace. Io non ho bisogno di chiedere, invece, è più ingioiellata di una madonna pellegrina ma si vede benissimo che è tutto più falso del falso, oltre che di pessimo gusto.

Mi mordo la lingua, come mi ha insegnato lei, e questa considerazione la tengo per me: riesco addirittura a sorridere mentre ascolto la ragazza bruna vestita di rosso – pessima scelta, le sta malissimo – che mi fa i complimenti per la tinta: il mio terzo ragazzo volle fare una cosa a tre con lei ed io dissi anche di sì e mi sembrò un complimento, stupida che ero. Mi trattarono come un sex toy, li dovetti eccitare per bene e poi mi lasciarono a guardare mentre lo facevano, e intanto dove accarezzarmi e gemere per il loro piacere. Mi trova dimagrita, dice, e riesco a non rispondere peccato che non possa dire lo stesso di te.

Mi rendo conto che manca una ragazza, che era forse la meno antipatica: l’unica che mi trattasse da pari a pari, l’unica che non mi rivolgesse frecciatine per come vestivo, l’unica che non si sentisse superiore, diciamo che mi ignorava benignamente. Sto cercando un modo per scoprire che fine abbia fatto quando ritorna lei, e stavolta regge con grazia un piatto di carta: mi porta una fetta di panettone e ricomincia a parlare con le ragazze che in qualche modo e per qualche ragione, pendono improvvisamente dalle labbra di lei.