Piccolo e grande freddo – Prima parte

di cristinadellamore

Lei guida con cautela lungo uno stradone buio e dissestato, alla periferia della periferia, non lontanissimo dalla zona in cui ho vissuto da bambina, e nonostante tutto sobbalziamo dolorosamente da una buca all’altra che la macchinetta del car sharing affronta coraggiosamente. Tutto intorno, cassonetti dell’immondizia che traboccano, villette un po’ sbreccate e nessuno in giro, e questo è comprensibile perché fa anche freddo. Il navigatore dice che siamo sulla strada giusta e che mancano due chilometri; non sono entusiasta di essere qui, maledizione, e mi chiedo come mai mi sono lasciata convincere.

Flashback: nella mail aziendale ho trovato un messaggio con un mittente sconosciuto e che non parlava di lavoro, insomma ci ho dovuto pensare un po’ e poi ho capito che era un compagno di scuola alle superiori che chissà come mi aveva trovata e mi invitava ad una festicciola con gli ex compagni di classe. Lei, una volta a casa, ha letto e non ha commentato, io non avevo nessuna intenzione di andarci e glielo ho detto, ed il discorso è finito lì. Poi, subito prima di addormentarmi, con il dolce peso del corpo di lei su di me, ho cominciato a ripensarci e ne abbiamo parlato la mattina dopo. Lei non ha avuto bisogno di convincermi, invito esteso agli eventuali partner quindi d’accordo, ci vado e lei viene con me, con lei accanto posso affrontare i ragazzi che mi hanno usata e le ragazze che mi hanno trattata come una stupida ed una pezzente, anzi, è giusto farlo. Io ho suggerito di presentarci con la venerabile Ural e vestite di cuoio, tanto per sottolineare che quella ragazzina che si spaventava per qualunque cosa e che apriva le gambe per essere accettata dagli altri è davvero sparita. Lei ci ha messo un attimo a convincermi di non esagerare; è per questo che siamo in macchina vestite da donne in carriera, mi ha concesso il tailleur rosso, lei è in grigio scuro sotto i piumini d’oca. Fine del flashback, anche perché siamo finalmente arrivate, ci sono macchine parcheggiate alla come capita sui due lati, tanto che si passa con difficoltà, è c’è un cancello aperto, un piazzale sterrato e, in fondo, un basso fabbricato che sembra tanto un capannone industriale in disuso nonostante l’insegna annunci una discoteca.

“Cominciamo a far vedere chi siamo, amore”. Lei dà un paio di colpetti di acceleratore ed infila la macchinetta nel piazzale, la parcheggia accanto all’ingresso del locale e mi bacia la mano prima di scendere; so cosa vuol dire, vuol dire che posso contare su di lei anche stasera, qualunque cosa accada. Non solo, scende, gira attorno alla macchinetta e mi apre lo sportello, un gesto di galanteria che mi mozza sempre il respiro e che ricambio facendo risalire molto in alto la gonna stretta mentre scendo, tanto in alto da mostrare non solo l’orlo delle autoreggenti ma anche il pizzo delle culottes. Lei si lecca rapidamente le labbra: approvazione e desiderio, non posso chiedere di più e, rinvigorita dalla presenza di lei apro decisamente la porta del locale.

Dentro, odore di chiuso e di muffa, tanfo di cibo cotto come peggio non si potrebbe e zaffate di sudore e di pessimi profumi mischiati; musica ad alto volume, disco music degli anni ’80, luci basse ed una dozzina di coppie che si agita in qualche modo su una microscopica pista da ballo cercando di divertirsi. Dal gruppo si stacca una figura che ci viene incontro, io tiro un bel respiro e mi preparo: perché lo riconosco benissimo, nonostante gli anni trascorsi, nonostante sia ingrassato e stia addirittura cominciando a perdere i capelli, è il mio primo ragazzo, quello che mi ha presa e mi ha fatto male perché era la prima volta, e mi ha fatto male anche le altre volte.