Luci e città (o forse il contrario) – Trentesima parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

“Se ci devi pensare, amore, vuol dire che non lo sto facendo bene come dovrei”. Detto fatto, mi morde gentilmente le labbra allentando solo per un istante la presa sul capezzolo. Mi strappa un gemito dal fondo della gola e comincio a tremare: riesco appena a dire tutto quello che vuoi e poi vengo proprio come mi aspettavo, una piccola morte che mi lascia senza fiato e col cuore in gola e che mi fa abbattere con tutto il mio peso su di lei.

“Respira, amore”. Lei mi accarezza gentilmente la schiena e mi bacia dolcemente, mi lecca le labbra e muove appena il capo per continuare sulla guancia, fin quasi al collo, lungo la linea della mandibola. Il mio respiro torna regolare, il battito del mio cuoricino rallenta ed io mi abbandono a queste meravigliose coccole, col calore del corpo di lei contro il mio, i muscoli che pian piano riprendono a rispondere ai miei ordini quando provo ad appoggiarmi un po’ sui gomiti e le ginocchia per non gravare troppo su di lei che mi tiene felicemente prigioniera dell’abbraccio dolcissimo che è improvvisamente diventato casto e materno. Come sempre, mi sento benissimo ed ho una gran voglia di ricominciare non appena possibile, ma adesso devo accontentare lei che mi prende saldamente per i capelli e mi penetra con un dito da dietro, dopo aver accarezzato a lungo tutto intorno, come per controllare che tutto sia a posto.

“Non lo facciamo da tempo, amore: ti porto in bagno e ti do da bere”. Sì, ha ragione lei, è un’eternità che non lo facciamo: l’ultima volta ha voluto bere lei ed è stato bellissimo, io sono venuta mentre la innaffiavo e lei è venuta a sua volta. Avevamo bevuto un po’ troppo, quella sera, per festeggiare l’anniversario del nostro tatuaggio, e svuotato una bottiglia di champagne, e lei poi mi ha detto che lo champagne, bevuto così, era ancora più buono. Andiamo, dunque.

“Nella vasca, amore, chiudi gli occhi e apri la bocca”. Lei mi sorride e mi dice di nuovo che mi ama, io la guardo dal basso in alto, sdraiata come lei mi ha ordinato: prima di chiudere gli occhi guardo di nuovo lei che troneggia su di me, a gambe divaricate, in primo piano la meravigliosa e sensibile fessura che tanto amo e che si avvicina sempre di più mentre si accovaccia e che mi sembra di poter baciare di nuovo. Chiudo gli occhi e lascio che lei mi pisci in bocca, cerco di non perderne nemmeno una goccia, questo è un sapore nuovo, un po’ forte, magari dipende dalla cucina francese e da quello che abbiamo mangiato ieri sera. Lei sembra non finire più e purtroppo non riesco a bere tutto, lascio che coli dagli angoli della bocca e so già che quando mi alzerò lei mi leccherà le labbra e tutto il resto e mi basta pensarci per provare le prime ondate di un nuovo piacere.

“Non muoverti, amore, ma puoi aprire gli occhi, voglio che tu mi guardi”. Lo faccio: lei è sempre accosciata ad un palmo da me e ha cominciato ad accarezzarsi: questo posso farlo io per lei, posso anche baciarla e leccarla per non sprecare una goccia di lei. Perché non posso? Ma certo, lei vuole che io assista per aumentare il proprio piacere, e allora io mi concentro sul mio leccandomi le labbra e solo sognando di toccare la carne di lei, e finalmente lei esplode nella sua bellissima risata di gioia, ed io solo a sentirla la raggiungo con un gemito profondo che lei soffoca inginocchiandosi e riempiendo la mia bocca di lei. Non voglio muovermi, anzi: mi dico che non proverò mai più un piacere così forte, e so che non è vero, ogni volta, con lei, è sempre nuovo, diverso e comunque più bello.