Luci e città (o forse il contrario) – Ventiduesima parte

di cristinadellamore

(La parte precedente è qui)

Lei mi aveva anche fatto trovare della biancheria nuova, il reggiseno a balconcino che ancora porto, un perizoma coordinato e le calze autoreggenti con la riga dietro, che avevo faticato ad indossare: quella benedetta riga non ne voleva sapere di restare dritta. E insomma, quel ristorante con una certa pretesa, alle spalle di via Veneto, ottima cena e compagnia un po’ rumorosa, lei era seduta accanto a me su una panchetta imbottita e quasi alla fine, al momento dei dolci, del liquorino e del caffè, lei che aveva tenuto per tutto il tempo una mano sulla mia coscia, molto in alto, si era chinata verso di me, aveva stretto la presa e mi aveva parlato all’orecchio.

Io, per tutta la durata della cena, mi ero limitata a mangiare, sorridere e tacere, ascoltando la conversazione brillante e qualche volta incomprensibile che si intrecciava attorno a me, godendomi la possessiva carezza di lei, mentre cercavo di ignorare che lei parlava con tutte le commensali tranne che con me: era la gelosia della cagnolina che si sentiva un po’ ignorata, nonostante tutto; la voce di lei, che improvvisamente mi impartiva un ordine, mi fece quasi sobbalzare, più per la gioia che per la sorpresa.

Non l’avevo mai fatto; altre volte ero uscita con lei in gonnellina corta senza niente sotto, o quando eravamo da qualche parte mi aveva detto di andare in bagno, togliermi le mutandine e tornare dopo averle infilate nella borsetta lasciando sporgere qualche pizzo. Non sapevo da dove cominciare, in realtà, ma per fortuna ero abbastanza riparata, quasi in un angolo, e coperta dalla tovaglia che scendeva fin quasi al pavimento. Disobbedire a lei, ovviamente, era fuori discussione.

Lei si era resa conto della mia difficoltà: standomi vicina aveva cominciato ad imboccarmi con un dolcissimo biscotto secco inzuppato nel vin santo – me lo aveva preannunciato e non avevamo preso il dolce come le altre commensali – e intanto mi dava le istruzioni del caso che io seguivo con la massima attenzione. Per prima cosa avevo rialzato la gonna fin quasi a rimboccarla attorno alla vita – niente di più facile, era già molto corta; poi, appoggiandomi a lei come per farmi coccolare meglio, avevo alzato il culetto e fatto scivolare il perizoma fin quasi alle ginocchia: a rischio di tradirmi, dopo essermi riseduta, quasi mi era scappato un lamento, visto che la superficie della panchetta mi era sembrata gelata sul culo nudo. Ultimo passo, il più difficile: cioè, non ci era voluto niente a lasciar scivolare il perizoma ma dovevo raccoglierlo; guidata dalla voce di lei che diventava sempre più carezzevole e fisicamente eccitante, avevo lasciato cadere il tovagliolo e mi ero chinata per raccoglierlo. Missione compiuta. E se siete interessati al seguito posso raccontarvi che lei mi legò i polsi dietro la schiena con quello stesso perizoma, ma non a casa, bensì a cento metri dal portone; dovetti arrancare anche su per le scale così imprigionata e con la gonna tirata su fino alla vita, e non sapevo se sperare di non incontrare nessuno o invece di trovarmi magari davanti il cupo condomino del quinto piano che andava a buttare la spazzatura.

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