Luci e città (o forse il contrario) – Sedicesima parte

di cristinadellamore

(Pss, la puntata precedente è qui)

“Hai scelto il classico, amore, congratulazioni. Però prendiamo anche un altro profumo, e non importa se è da uomo, sono certa che ti starà benissimo”, e lei accompagna la frase con un’altra carezza, più precisa e decisa, a cercare la curva dei miei fianchi. Mi accorgo che ha le mani libere: non ha comprato niente? Peccato. Tenendomi per la vita mi guida alla cassa, dove è pronto un pacco abbastanza grande ed elegantissimo, e vedo che ne stanno preparando un altro, più piccolo, per i profumi. Sono incuriosita ma mi mordo la lingua: se lei non me ne parla avrà un ottimo motivo per farlo.

Lei scambia ancora qualche frase con la venditrice e la cassiera, mi sorride e mi stringe un po’ più forte; sorride anche al gigante nero che presidia la porta e quasi si inchina al nostro passaggio, poi fa un gesto dei suoi, uno di quelli che io non riesco ad imitare per quanto mi sforzi, ed immediatamente un tassì si ferma proprio davanti a noi. Ci accomodiamo, lei mi artiglia la coscia con il solito gesto possessivo e protettivo assieme e mi infila un palmo di lingua nell’orecchio.

“Sai, amore, non so se incazzarmi o essere lusingata. Quando ho indicato anche il profumo da uomo la commessa mi ha chiesto se era per mio marito, e poi mi ha fatto i complimenti per il gusto di mia figlia, cioè tu”. Lei me lo dice all’orecchio, poi si allontana il minimo indispensabile per lasciarmi respirare; respiro lo stesso con difficoltà perché la mano di lei è forte e mi stringe come e dove deve ed è bellissimo; vorrei ricambiare in qualche modo, l’unica mossa che mi riesce è passare un braccio dietro la schiena di lei ed è azzeccata, arrivo con la mano a carezzarle le tette attraverso la severa giacca del tailleur e sono premiata perché sento i capezzoli di lei che si drizzano, quasi a cercarmi, e lei respira appena più forte.

“Adesso andiamo a cena, poi torniamo in albergo ed apriamo il pacchetto: sono sicura che ti piacerà, amore”. E nel traffico si gode la mia carezza, un piccolo acconto, mentre io mi godo la sua: non ho idea di quanto sarà lungo il viaggio, ma sto bene così e riesco a non pensare al regalo.

“Tranquilla, amore, non andiamo in bagno stasera”, mi dice lei una volta che ci siamo accomodate al tavolo, lo stesso della sera prima. E non mangiamo neanche il filetto, lei ha ordinato una più leggera bistecca di vitello che si scioglie comunque in bocca, con tanta verdura accanto. Mi accorgo che, purtroppo, i fagiolini sono conditi col burro, vanificando un po’ le nostre intenzioni dietetiche, e mentre mangio mi viene davvero voglia di andare di nuovo nei bagni con lei, visto che il viaggio in tassì è durato abbastanza da eccitarmi ma non abbastanza da consentire di soddisfarmi. Per restare in contatto, faccio piedino sotto il tavolo e peccato che con i jeans porto scarpe da ginnastica, avessi le mie fide decolté potrei toglierle e farle sentire la carezza dei miei piedini.

“Ti sento abbastanza già così, amore”, mi dice lei tra un boccone e l’altro, ed io mi chiedo come sempre come faccia a leggermi nel pensiero: sì, lei mi ama come io amo lei, ma fino a questo punto non arrivo. Peccato, ci devo lavorare. Comunque in qualche modo ho raggiunto il mio scopo, lei ha improvvisamente fretta, e mentre finisce di mangiare il piccolo dolce che ci dividiamo in parti uguali comincia a fissarmi con quell’urgenza che ben conosco, la fretta di spogliarmi, prendermi e darsi, e che non manca mai di contagiarmi.