Luci e città (o forse il contrario) – Tredicesima parte

di cristinadellamore

(Qui la parte precedente)

Intanto facciamo colazione e mi viene proprio da pensare che dovrei trovare il tempo di frequentare seriamente un corso di lingue; no, perché lei conversa animatamente con la cameriera di colore, e trova anche il tempo di tradurre per me almeno le parti salienti, cioè i complimenti per quanto siamo carine e quanto si vede che siamo innamorate. Insomma, ci meritiamo una doppia dose di pane, burro e marmellata e gli auguri per una buona giornata. Me lo auguro anche io, non ho idea di cosa abbia in mente lei ma sono certa che sarà bellissimo.

“Andiamo, amore, ho fatto chiamare un tassì”, e mi tiene per mano sul marciapiede, mi fa entrare per prima in macchina e finalmente, dopo una fluente chiacchierata col tassista, che è un tipo di mezza età con l’aria un po’ incazzata, mi spiega che andiamo all’Arco di Trionfo. E finalmente mi posa una mano sulla coscia, è possesso ma anche condivisione, e va bene così, ricordando cosa ero l’altra volta che siamo state qui, poco più che una cagnolina affettuosa anche se un po’ indisciplinata, già allora.

“Sei sempre un po’ indisciplinata, amore, e non saresti tu se non lo fossi”. Lei come fa sempre mi legge nel pensiero e mi consola rivolgendomi il sorriso di amore incondizionato che mi riscalda tutta: lo conosco bene, come io appartengo a lei, lei appartiene a me, e non c’è altro da dire. Restiamo in silenzio per il resto del viaggio, io mi guardo attorno, come al solito, e lei guarda me, e ogni tanto accentua la pressione della mano. Arriviamo a destinazione e mi sento benissimo.

Allora, di questa cosa ho visto tante foto, ma a vederlo da vicino si apprezza una caratteristica su tutte: è profondo, lunghissimo, più che un arco quasi una galleria, e qui sotto è buio e fresco. C’è un discreto casino di turisti, lei mi tiene sempre per mano come se avesse paura di perdermi e mi guida come può, e finalmente trova un angoletto un po’ riparato perché sì, mi ha portata fin qui per baciarmi, mi infila la lingua in bocca ed io ricambio con entusiasmo, ed ho capito perché, questo è il nostro trionfo, festeggiamo qui la nostra vittoria ed è davvero il minimo che possiamo fare.

“Shopping domani, amore. Adesso dobbiamo fare un’altra cosa assieme”, mi dice lei dopo aver ripreso fiato. Si rassetta la giacca del tailleur che ho un po’ spiegazzato perché le stringevo una tetta mentre mi baciava, e mi è sembrato, nonostante tutto quello che mi separava dalla carne di lei – giacca, camicetta, reggiseno – di sentire tutto il calore della pelle ed il turgore del capezzolo, e magari era proprio così. D’accordo, mi basta stare accanto a lei, figuriamoci, quindi non fiato quando mi guida nel dedalo della metropolitana e finalmente ci troviamo al Louvre.

“Ci siamo già state, amore. Ma è qui che voglio portarti, oggi, entriamo e visitiamo di nuovo il museo”. Ma certo, lei mi tiene per mano anche qui, con lei vado ovunque: e passiamo in fretta per le sale, e finalmente siamo lì dove lei vuole portarmi, accanto alla statua di marmo bianco della Nike di Samotracia, ed accanto, in mezzo ai visitatori, mi abbraccia, mi stringe forte e mi bacia. Non ha bisogno di darmi spiegazioni, lo so anche io che nike è greco e vuol dire vittoria, e che anche questa è una celebrazione della nostra vittoria. Alla fine nel Louvre restiamo relativamente poco, giusto un paio d’ore, poi al desiderio di lei si sovrappone un certo appetito e quasi in un lampo ci troviamo fuori.