Flussi e reflussi

di cristinadellamore

Lei ha posato il capo sulle mie tette e si è addormentata in un attimo; oggi si è stancata più di me, e si è accontentata di un bacio e di una carezza. Più di così non avrei potuto: porto un assorbente interno, uno esterno e le mutandine meno sexy che ho. Mi fa anche male la pancia e mi sembra che mi abbiano lungamente bastonato sulla schiena e sulle reni: è cominciato un paio di mesi fa, un ciclo doloroso e abbondante come mai mi era capitato, condito da nausee e mal di testa.

Lei ovviamente si è preoccupata tantissimo e mi ha trascinata da una ginecologa che, ho scoperto poi, potrebbe anche essere in lizza per il Nobel per la medicina, viste le pubblicazioni, i titoli e tutto il resto che ho trovato su internet. Per fortuna, lei è uscita tranquillizzata dalla visita, ed anche io. Cioè, un po’ seccata perché mi è stato detto, dopo matura riflessione, preceduta dallo studio delle analisi, dall’anamnesi, come mi pare si dica, e da una visita che più accurata non si poteva, che non c’era nulla di guasto, semplicemente il corpo di una persona cambia e avrei dovuto farmene una ragione. Il che significa, ad essere ottimiste, due o tre giorni di quasi malattia al mese almeno per i prossimi trent’anni, allegria.

Lei ha promesso di prendersi cura di me, e lo fa, anche in questo caso: nell’armadietto dei medicinali non manca mai l’ibuprofene e prima di andare a letto c’è sempre pronta una tisana teoricamente rilassante, che bevo disciplinatamente anche se non mi sembra di trarne il minimo beneficio. Oltretutto, stasera ha colto l’occasione per fare un discorso un po’ fumoso – tutto il contrario del solito – per suggerirmi che lavoro troppo, non ne abbiamo bisogno, quindi dovrei licenziarmi e fare la brava mogliettina. Pessima idea, per come mi sentivo, visto che ho reagito più o meno come una furia, dando implicitamente ragione a tutte le nostre amiche che, in quei giorni, si chiudono in casa ed aspettano che passi.

Alla fine, abbiamo fatto pace, grazie anche alla mediazione della cugina: lei ha giurato che non ci avrebbe più neanche pensato, ad una cosa del genere, io ho promesso che almeno fino alla fine dell’anno avrei rallentato il ritmo del lavoro. Suggellato tutto con un bacio ed un buon bicchiere di vino rosso ben invecchiato, dalla riserva del papà di lei, siamo andate a letto, ma prima lei ha insistito per farmi fare il bagno e mi ha servito come una affezionatissima geisha, lavandomi e insaponandomi con tutta la gentilezza possibile e rifiutando di entrare nella grande vasca con me, rifiuto che ho apprezzato tantissimo.

Solo che adesso sono sveglia, lei è addormentata ed io, nella penombra, non faccio altro che accarezzarla delicatamente attraverso la trapunta leggera che ci protegge dal primo fresco autunnale, seguendo il profilo del corpo di lei; stando così non provo più alcun dolore o fastidio, anzi. Il mio pancino si contrae e mi manda segnali precisi: vorrebbe baci e carezze, ben più in basso dell’ombelico. Non se ne parla nemmeno, e cerco di non pensarci.

Difficile. Anzi difficilissimo, con il dolce peso del capo di lei sulle tette, il calore del corpo di lei attorno al mio, e l’odore di lei che mi accarezza le narici. Non solo. Il corpo di lei comincia in qualche modo a reagire, nel sonno, alla mia vicinanza ed alle mie leggere carezze e comincio a sentire, oltre al profumo della saponetta e della crema idratante, quello del desiderio di lei. Non resisto, la mia mano si infila sotto il lenzuolo e trova la carne di lei, calda e deliziosamente elastica; le mie dita trovano la strada all’interno del corpo di lei, si aprono una strada e finalmente si fermano dopo che hanno preso saldamento possesso di entrambe i varchi che spesso e volentieri frequentano.

Lei sembra dormire ancora, e sia vero o no continuo ad accarezzarla lì dove è più sensibile; ho posato l’altra mano sulla nuca di lei, sotto i capelli che sta lasciando ricrescere, e la accarezzo anche lì, mentre ne sento il respiro caldo sulle tette e mi accorgo che ho i capezzoli dritti e quasi doloranti per quanto sono diventati sensibili. Accarezzo lei e sogno che lei accarezzi me, insomma, fuori combattimento come sono, e mi basta. Lei geme nel sonno – sì, non si è ancora svegliata, dopo tanti anni che viviamo assieme ho imparato a decifrare i segnali del corpo di lei – come per ringraziarmi della cura che le sto prestando, le mucose si contraggono attorno alle mie dita, e sono certa che sta sognando di me, e che è un sogno erotico. Io sogno ad occhi aperti e concludiamo assieme: magari domani mattina me ne parlerà.