Luci e città (o forse il contrario) -Settima parte

di cristinadellamore

(Segue da qui )

L’attesa è premiata: ad occhio e croce è tè, servito in maniera elegantissima, peccato che non mi piaccia. Comunque imito il gesto ed un istante dopo ecco il cameriere che mi sorride e saluta – o almeno credo, o forse si limita a chiedermi cosa desidero. Ricambio il sorriso, provo a dire bongiùr in tono un po’ nasale e chiedo un cappuccino incrociando mentalmente le dita. Il baffuto, che mi ricorda un po’ una vecchia foto in bianco e nero vista su un libro sulla Grande Guerra ed era un generalone francese che a differenza di questo signore aveva anche una bella pancetta, quasi si inchina, dice ancora qualcosa e mi volta le spalle.

Per ingannare il tempo getto un po’ di occhiate in giro, peccato invece non capire una parola di quello che gli altri clienti stanno dicendo perché si sente benissimo, e finalmente incrocio lo sguardo della biondina che mi ha involontariamente portata qui; sta sorbendo il suo tè in punta di labbra e mi guarda dall’orlo della tazza. Forse è tinta perché ha gli occhi scuri che sorridono ed un po’ assomigliano a quelli di lei.

Imbarazzata rompo il contatto e ho la scusa del cameriere che mi serve il cappuccino rivolgendomi una lunga ed incomprensibile frase: molto musicale ma decisamente incomprensibile, il francese, almeno alle mie orecchie ineducate. Mi limito a scuotere la testa ed a sorridere, poi una voce femminile dice qualcosa, mi volto e la biondina è lì accanto a me, ed a me si rivolge in ottimo italiano. Mi chiede scusa dell’intromissione ma, dice, le è proprio sembrato che avessi bisogno di aiuto: si era accorta di me da un po’, ha capito che sono italiana, certo non assomiglio ad una scandinava, e si è permessa di aiutarmi, anche perché conosce il cameriere, che poi è il padrone del locale, da un sacco di tempo, vive e lavoro proprio qui vicino.

Insomma, lei porta il suo tè al mio tavolo e diventiamo amiche; anzi, dopo una mezz’oretta, durante la quale ho bevuto il mio cappuccino senza nemmeno sentirne il sapore, mi rendo conto che è in corso un tentativo di seduzione bello e buono. Interessante, è un po’ che non mi capitava, e soprattutto non mi capitava fatto con tanto stile ed eleganza. Onore delle armi a Geneviève – scusate, non sono sicurissima si scriva così – che ci sta provando così bene in una lingua non sua, io non credo ne sarei mai capace, neanche in italiano; quindi ci scambiamo i numeri di telefono, io declino cortesemente l’invito a salire da lei e ricambio invitando la biondina a Roma, così conosce anche lei, e finalmente le strappo una risata.

Ho il tempo di scambiare altre quattro chiacchiere con questa nuova amica, di rifiutare nuovamente l’invito a salire da lei – accidenti, non demorde, complimenti, sarebbe un’ottima venditrice – e di farmi spiegare come arrivare al luogo dell’appuntamento con lei stasera, che poi, considerate le dimensioni di Parigi, è qui a due passi: lei ha decisamente studiato con attenzione prima di prepararmi il programma della giornata. Alla fine, non riesco ad impedire a Geneviève di offrirmi la consumazione e di stamparmi due bacioni sulle guance.

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