Cene e lavoro – Quarta parte

di cristinadellamore

(Qui la parte precedente)

Mi alzo dopo aver chiesto permesso e faccio svolazzare la gonnellina corta, a beneficio di lei, come a beneficio di lei accentuo un po’ il movimento dei fianchi: sono sicura che lei, stasera, mi punirà per questa piccola esibizione; io chiederò perdono e spiegherò che l’ho fatto per ammorbidire le interlocutrici, un po’ come facevo ai primi tempi del mio lavoro, quando portavo il caffè alle riunioni importanti e mi mettevo in mostra davanti ai clienti per distrarli e facilitare le trattative. Mentre aspetto che il caffè sia pronto nella vecchia moka da quattro tazze dei genitori di lei, oggetto di design se mai ce ne è stato uno, tipico degli anni ’80, pregusto le frustate sulle tette o, meglio ancora, sulla piante dei piedini e quasi rovino la mia opera distraendomi ed infilando una mano sotto le mutandine che sì, cominciano ad essere umide, anzi proprio bagnate. Spengo il fuoco appena in tempo, prima che il caffè prenda a bollire e si rovini definitivamente, e meno male, una punizione per una stupidaggine del genere proprio non la vorrei.

Lei come al solito ha pensato a tutto in anticipo, è già pronto il vassoio con le tazzine e la zuccheriera dello stesso servizio dei piatti, e c’è anche il vasetto col miele di eucalipto, se lo preferiscono. Con cautela, perché ci mancherebbe proprio che adesso facessi cadere tutto, mi avvio attraverso la casa. Con cautela perché vorrei arrivare di sorpresa e capire come sta andando la conversazione: magari c’è bisogno del mio intervento. Cioè, non è facile, con un vassoio in mano e le scarpe con i tacchi alti, ma ci riesco o almeno mi sembra; resto dietro la porta per qualche istante, la conversazione tra lei e le due socie mi sembra procedere con toni pacati se non amichevoli, anche se con gli avvocati non si può mai dire; poi lei, senza neanche votarsi, si rivolge a me.

“Amore, ce ne hai messo di tempo per fare il caffè. Vieni, mi sei mancata”, ed è un piccolo rimprovero. Come ha fatto ad accorgersene? No, non glielo chiederò, preferisco restare col dubbio perché d’accordo, io appartengo a lei, lei che ha conquistato il mio cuore, la mia mente ed il mio corpo, ma ogni volta mi meraviglio della capacità di lei di sentirmi arrivare anche da lontano e di capire cosa sto pensando e di rispondermi a tono anche se non ho parlato. Non mi dispiace, è bellissimo, è un legame più forte di un collare o di una catena.

Con il mio miglior sorriso da commerciale servo il caffè alle ospiti che lo bevono, scopro, amaro, e mi fanno i complimenti. Me li fa anche lei, una carezza fugace dal ginocchio alla coscia che mi fa tremare le gambe e dolere le tette per il desiderio di una stretta da parte delle dita sottili e forti di lei, una stretta da lasciare il segno, magari. Anche se dovrò pregarla, stasera voglio sentire il più dolce dei dolori che lei può infliggermi.