Scivolate

di cristinadellamore

Torno a casa e non trovo lei ad aspettarmi dietro la porta. Sento che mi dà il bentornata e così come sono faccio capolino nel soggiorno studio; lei è lì, sulla poltrona preferita, la gamba sinistra appoggiata ad una sedia. Nonostante il sorriso con cui lei mi accoglie, mi rendo conto che c’è qualcosa che non va e cerco di non lasciarmi distrarre dal piedino di lei che è lì, pronto per ricevere un bacio.

“Sì, amore, una cosa stupida: parcheggio la moto, faccio due passi e scivolo sui sanpietrini. Puoi immaginare che botta, mi fa male il culo”. E probabilmente le cose sono peggiorate perché lei è stata seduta tre o quattro ore: stamattina aveva un closing, ovvero la firma di un importante accordo di divorzio con in ballo un bel po’ di soldi ed una ricca parcella per lo studio.

“Ho fatto fatica ad alzarmi, alla fine, e c’è da portare un paio di pantaloni in tintoria”. Posso pensarci io, anche adesso, dico, poi mi rendo conto che a quest’ora saranno già chiusi visto che sono quasi le otto e maledizione, dovrei davvero togliere il piede dall’acceleratore e lavorare meno. A marzo siamo quasi miracolosamente del 10% sopra il budget e per questo mese di aprile abbiamo una lista di appuntamenti che male che vada ci consentirà di mantenere almeno il passo, mi dico, devo cercare di arrivare a casa un po’ prima; e intanto mi chino su di lei per un bacio.

“Non rinuncio ad aiutarti come ogni sera, amore. Mi alzo, ce la faccio, davvero”, dice lei quando si stacca da me con il fiatone, mi sa che ho esagerato, e finalmente lei è in piedi e fa una smorfia di dolore prima di riuscire a muoversi. Non è andata a farsi vedere dalla nostra dottoressa? Certo, io non ero qui per aiutarla, ma poteva farsi accompagnare dalla cugina, non ne sarei stata gelosa. No, bugia, lo sarei stata, eccome, e lei mi conosce meglio di quanto mi conosca io.

“Non ti dico il livido, amore, quasi mi vergogno”, dice lei quando siamo finalmente arrivati in camera nostra e comincia a sbottonarmi il vestito; sono io a vergognarmi, senza quasi, non posso permettere che si stanchi stando in piedi così. Poi però, con le dita di lei sulla pelle, dimentico tutte le buone intenzioni; tremo un po’, lei se ne accorge e mi fa sentire prima le unghie sulla schiena mentre sgancia il reggiseno, poi i denti sulla spalla perché si è avvicinata ancora di più, e finalmente, da dietro, mi abbraccia e mi stringe le tette a piene mani.

“Io continuo, amore, ci prendiamo un acconto su stasera”. Certo, ma lei non si dovrà stancare, in nessuna delle due occasioni. Sarò felice di lavorare per due.