Emergenze

di cristinadellamore

Dopo una domenica uggiosa, con cielo nero e ripetuti spruzzi di pioggia, siamo andate a letto per riscaldarci meglio. E la mattina del lunedì si è presentata come previsto: due dita di neve per terra, altra che viene giù turbinando portata dal vento freddo, insomma gran voglia di restare a letto, abbracciate e protette dal morbido piumone. Anzi, quando suona la sveglia lei mi sta già accarezzando e davvero non voglio che smetta.

Ad interrompere la magia è la cugina, che bussa educatamente alla porta e si fa precedere dal vassoio con il caffè: ieri sera ha fatto tardissimo, ci ha trovate un po’ preoccupate perché non aveva avvertito e vuole evidentemente farsi perdonare; lei la chiama eterogenesi dei fini, e davvero non capisco cosa possa significare, ma mi fa ridere, ed una buona risata rende facile affrontare anche un lunedì di freddo siberiano.

Quindi vestiti pesanti, jeans, camicia di flanella, maglione, calzettoni di lana e scarponcini da lavoro dalla spessa suola di gomma, e su tutto il piumone che mi arriva quasi alle ginocchia, sciarpa e berretto. Ci vuole anche l’ombrello, e mi avvio coraggiosamente alla metro, pensando a tutte le cose che avremmo potuto fare, lei ed io, in una lunga mattinata.

Miracolosamente riesco a non scivolare nei cinque minuti a piedi fino alla fermata della metro, ed altrettanto miracolosamente i treni marciano abbastanza regolarmente. Conclusione, pensando a lei e desiderandola, mi trovo ad essere la prima ad arrivare in ufficio, non c’è neanche il segretario receptionist factotum, ed anche il mio bar preferito è chiuso e buio: peccato.

Ovviamente gli appuntamenti di oggi sono tutti saltati, considero scrollandomi la neve di dosso. Buona pratica, però, è chiamare i clienti. E mentre arriva, intirizzita come e più di me, l’amministrativa part time del mio team, sono al telefono con il secondo, che avrei dovuto vedere alle undici da qualche parte sulla Salaria, ben oltre il Raccordo. Mi sta dicendo che non è neanche in azienda, il cliente, come del resto mi ha detto quello che ho chiamato prima e come mi dirà, probabilmente, quello che chiamerò subito dopo. Fisso un nuovo appuntamento e sorrido all’amministrativa che ha due brutte occhiaie e l’aspetto non proprio felice di chi ha passato la notte in bianco e non per ragioni gradevoli.

Passo al cliente successivo, e intanto arriva una specie di orso polare: è il nerd che non ha avuto paura della bufera siberiana ma si è coperto, pare, con tutto quello che ha trovato in casa. Saluti, abbracci, e mi arriva anche un messaggio del commerciale, che si dichiara bloccato da venti centimetri scarsi di neve: può anche essere vero, la sua auto sportiva è ridicolmente bassa da terra ed abita a casa del diavolo. Gli rispondo imponendogli di essere presente domani e mi dedico alla prossima telefonata, confortata da un bicchierone di caffè b0llente che l’amministrativa part time deposita a portata di mano.

Mi rendo conto che ci siamo solo noi, in ufficio, e la cosa mi diverte. Finite le telefonate, però, non ho niente da fare e posso sorseggiare l’orribile caffè, troppo lungo e zuccherato ma almeno caldo; il nerd smanetta furiosamente sul suo portatile, l’amministrativa che si è sistemata accanto a me incolonna cifre su un foglio di calcolo senza particolare entusiasmo e quando il nerd si alza per andare in bagno si ferma e mi dice che ha bisogno di parlare con me. Pessimo segno, ma se devo essere una team leader anche questo fa parte del lavoro.

L’amministrativa si stiracchia e poi si china in avanti mettendo in mostra le tette: niente di eccezionale, intuisco anche un push-up sotto il maglione pesante, e insomma, tutta questa scena per dirmi che il commerciale ha contato un sacco di balle, al telefono, era da lei ieri sera e ci è rimasto, e le cose non sono andate bene, e insomma mi chiede se può essere sostituita, con quel tizio non ci vuole più lavorare. Poi comincia a spiegarmi come sono andate le cose ed io ascolto affascinata. Pare che ne abbia fatte tre o quattro, ma tutte con scarsissima soddisfazione della partner, che peraltro mi sembra incontentabile: una volta troppo in fretta, un’altra troppo a lungo, un’altra ancora con troppa furia e le ha fatto male ed infine troppo piano senza farle sentire niente.

Tiro un bel respiro quando finalmente conclude la filippica. Bene, cioè male, io non ho certamente il potere di spostare una collaboratrice, bisognerà eventualmente parlarne ai vari direttori. Vedo l’amministrativa che un po’ arrossisce, perché intanto il nerd è tornato in ufficio e probabilmente ha sentito un bel pezzo delle dettagliate descrizioni. Insomma, bisogna risolvere la faccenda e chiedo all’amministrativa le altre volte come era andata per ottenere una risposta che mi sorprende solo in parte: no, era la prima volta.

Allora bisognava parlare, sfiorarsi, toccarsi, magari al buio, per cominciare a conoscersi: me lo ha insegnato lei, chissà se questi due lo hanno fatto. No, ovviamente, luce accesa e bocche troppo impegnate a fare altro, a quanto pare. E quindi c’è una sola risposta: bisogna proprio che l’amministrativa dia al commerciale un’altra possibilità. E che magari poi mi racconti tutto, ma proprio tutto: potrebbe farmi venire qualche idea interessante da mettere in pratica con lei.