Benvenuta

di cristinadellamore

Insomma, tra natale e capodanno non è che si combina molto in ufficio, ma quest’anno, per qualche motivo, non si chiude bottega. Perciò, dopo quattro giorni a casa, che si sommano ad altri quattro passati in ferie per festeggiare l’insperato successo, l’obbiettivo raggiunto e forse la promozione, la sveglia suona di nuovo prestissimo, siamo andate a correre sotto una pioggerellina fastidiosa e dopo la doccia e la prima colazione mi sono rivestita di malavoglia il più informale possibile con felpa, jeans e stivaletti borchiati e mi sono trasferita, con scarsissima buona voglia, in ufficio.

Dove trovo il segretario receptionist factotum che è arrivato prima di me e che mi dedica un’occhiata gelida delle sue; mai gelida quanto la mia stanzetta, per la verità, tanto che accendo il computer e tengo addosso il giaccone. Mi dedico alla parte amministrativa del mio lavoro, quella che odio, e intanto, uno dopo l’altro, arrivano i membri del mio team.

Con poco da fare si chiacchiera, ci si racconta come è stato il natale (gradevole per tutti, anche per il nerd che per ultimo si è presentato a sorpresa e ci ha raccontato della ragazza che ha rimorchiato e con la quale passerà capodanno, ha anche promesso di mandarci una foto non appena arriva a casa) e si combina poco d’altro. Ecco, diciamo che in realtà qualcosa di interessante da fare ci sarebbe, il controllo clienti, nel senso di verificare se i pagamenti sono arrivati nei termini; anche questa è un’attività affidata a noi per le nostre vendite, e mi tocca suggerire con la massima gentilezza all’amministrativa part time di mettersi finalmente al lavoro e piantarla di fare gli occhi dolci al commerciale. L’amministrativa mi guarda come un cane bastonato prima di obbedire, e mi viene immediatamente il senso di colpa: decisamente su questa cosa devo lavorare, a cosa serve essere a capo di un team se mi pento di dare gli ordini?

E finalmente arrivano le cinque. Ho avuto modo di fare due chiacchiere col direttore generale che, lui sì, non si fa scrupoli, diciamo che ha cercato di farmi dire che non tutti, nel gruppo, si meritano il premio, non vorrebbe darlo all’amministrativa part time e vorrebbe tagliarlo della metà al nerd, se ho capito bene; non ho idea di cosa ci guadagni, e comunque io sono riuscita a non dirlo, e mentre torno a casa (piove a tratti, qualche breve scroscio e poi pioggerellina più leggera, ma per fortuna c’è poco traffico) mi viene il dubbio che di questo dovrei parlare con la Pédégé, solo che non ho accesso diretto ai livelli così alti e, come lei mi ha insegnato, anche l’accesso è potere.

Bagnata e infreddolita, ed anche stranamente stanca, mollo lo scooter in garage senza neanche issarlo sul cavalletto centrale e mi rendo conto che la Ural, accanto a me, è bagnata. Lei deve essere uscita e rientrata, magari per qualche commissione. O per qualche altra cosa? Resto lì impietrita: dove è andata, in moto e con questo tempaccio?

Per il breve percorso dal garage fino alla porta di casa mi proietto decine di film, tutti con lo stesso soggetto: lei e un’altra persona, impegnate a fare sesso selvaggio e soddisfacente. Sì, sono gelosa e non ho intenzione di cambiare.

Non ho bisogno di aprire la porta, è lei a farlo dall’interno ed a saltarmi al collo per darmi il bentornata a casa, senza badare al giaccone gocciolante ed ai jeans umidi, per tacere degli stivaletti bagnati. D’altronde non rischia di bagnarsi il vestito, addosso ha solo un collare che non riconosco, nuovo e luccicante. Sì, è di metallo, e sì, me ne accorgo ricambiando l’abbraccio, è chiuso addirittura con un lucchetto.

“Le chiavi sono lì, amore, mettile nella borsetta”, mi dice lei quando mi stacco per riprendere fiato, “devi proprio tenerle tu. Sono andata apposta in centro a prenderlo, sai”, aggiunge aiutandomi a liberarmi di borsetta, computer e giaccone “non appena mi hanno avvertita che era arrivato”. Mi abbraccia e mi bacia di nuovo, ed io la stringo più che posso mentre gli occhi mi diventano lucidi.

“Mi avevano anche promesso le manette uguali, però non sono ancora arrivate. Ti prometto che resterò ferma lo stesso, amore”. Giusto, possiamo farne a meno.

 

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