Una breve vacanza – Ventiquattresima parte

di cristinadellamore

(Se ve la foste persa, qui la puntata precedente)

Passo dalla penombra alla luce e strizzo per un attimo gli occhi prima di guardarmi cautamente intorno. Vediamo, sui tavoli bicchieri importanti con fondi di vini che intuisco pregiati, qualche tazzina di caffè, piattini di piccola pasticceria. I Dom hanno finito di mangiare, quindi, e sono passati ai divertimenti; accanto ad alcuni di loro ci sono i sub disciplinatamente inginocchiati, le mani dietro la nuca, il busto eretto; riconosco al volo il ragazzo che occupava la cella davanti alla mia anche se ora ha i lineamenti deformati da una mordacchia di metallo che ne divarica le mascelle, poi vedo una donna un po’ più grande di lei con addosso una tunica bianca abbondantemente macchiata di rosso che le copre a malapena il ventre, l’ampio seno un po’ cascante completamente esposto e diventato ormai livido perché le tette sono strizzate da cinghie di cuoio. Un pensiero assurdo mentre seguo lei cercando di adeguarmi al passo lungo e sciolto che sta tenendo: ho fame, ci daranno da mangiare?

Ecco cosa stavano guardando i Dom quando siamo arrivate: al centro del salone una pedana e sopra una struttura di legno dall’aspetto malvagio ed aggressivo. Sì, mi dico, è proprio una gogna, come nelle immagini su internet dei supplizi medievali. E sia, proverò anche questa, e mi avvicino disciplinatamente fino ad appoggiare collo e polsi negli incavi che sembrano attenderli. Lei adesso è vicinissima: mi prende per i capelli con misurata brutalità per baciarmi con furia sulle labbra prima di imprigionarmi con gran rumore di legno e metallo; sì, perché c’è un chiavistello che scorre, non potrei liberarmi da qui neanche se lo volessi e non lo voglio. L’altezza dello strumento di tortura è quella giusta: devo stare piegata in due, il culo ben esposto, e non riesco ad alzare la testa: guardo il pavimento del piccolo palcoscenico, nel mio campo visivo compare una mano di lei che bacio di nuovo e che mi viene sottratta troppo presto; poi lei si sposta e le orecchie cominciano a rombarmi per la consueta attesa del dolcissimo dolore che solo lei è capace di infliggermi.

Come da molto lontano, sento la voce di lei che si rivolge ai Dom e spiega che sono stata impertinente e che per questo avrò quindici frustate sul culo, che sono stata abituata a contare e ringraziare e lo farò anche in questa occasione, che di solito ricevo la disciplina senza bisogno di essere legata e che stasera utilizza la gogna per rispetto nei confronti degli organizzatori che la hanno messa a disposizione. Sento anche un educato applauso, poi un improvviso silenzio.

“Sei pronta, amore?”, mi chiede lei come sempre, chinandosi nuovamente al mio orecchio. Un sussurro che è come un bacio e rispondo di sì, Padrona, sono pronta, e poi sento il consueto sibilo ed il gradito calore del primo colpo che scioglie ogni tensione. Conto e ringrazio, arrivo a quattordici e mi manca un po’ il respiro, arrivo a quindici e mi devo mordere le labbra, e quando lei mi porge di nuovo la mano da baciare mi cedono un po’ le ginocchia. Dobbiamo rifarlo non appena possibile, penso, e intanto lei mi libera, mi aiuta a rialzarmi, mi abbraccia lì dove siamo, ed io un po’ mi appoggio a lei un po’ alla gogna che ha perso tutta la sua aura di cattiveria ed è diventata un’amica.

“Lo so cosa stai pensando, amore”. Lei mi parla all’orecchio, e intanto sento le sue mani su di me, che mi fanno stare ancora meglio; vorrei sentire di più, le carezze ed i baci per un piacere che solo lei sa darmi. Non è questo il momento ed il luogo, mi devo accontentare, e intanto lei mi dice, sempre all’orecchio: “Una cosa del genere, nel sotterraneo, ci starebbe bene, che ne dici, amore?”. Sì, però è stato bellissimo anche perché c’era, per la prima volta, un pubblico di sconosciuti: mi piacerebbe rifarlo, e non solo con le frustate, trovandomi lì offerta lei dopo dovrebbe prendermi e farmi urlare di dolore e di piacere. Lo penso e intanto lei mi concede un’altra lunga carezza prima di staccarsi da me e guidarmi al suo tavolo. Lei si accomoda e mi fa segno di inginocchiarmi ai suoi piedi, che poi è il posto che mi appartiene e cui appartengo. Come gli altri sub resto più dritta che posso, il petto orgogliosamente in fuori, il busto inarcato per mettere in evidenza il culo che sento pulsare e fremere e bruciare.

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