Una breve vacanza – Ventiduesima parte

di cristinadellamore

Siamo in un salone illuminato da luci basse: una bella moquette sul pavimento, pareti in pietra grezza, c’è una gradevole musica di sottofondo mentre senza darlo troppo a vedere mi guardo attorno e lei mi guida tendendo un po’ il guinzaglio. Tavolini rotondi con un solo coperto, altri camerieri addobbati come quello che ci ha accompagnati fin qui, ed un gruppetto di ospiti verso il quale le si sta dirigendo, proprio al centro del locale, che esaminano qualcosa (o qualcuno) con molto interesse, tanto da impedirmi di capire di cosa si tratti. Capisco però che è una cosa da Dom, visto che non c’è nessuno con un collare lì vicino. Dove sono i sub?

“Vieni, amore, da questa parte”. Lei può condurmi dove vuole, sono o non sono cosa sua? E invece mi parla, mi invita, ed è una nuova prova d’amore, come se ce ne fosse bisogno. Ed io la seguo in fondo alla stanza, dove c’è una porta seminascosta che conduce in un corridoio. Ai due lati, forse una volta erano cantine, adesso sono celle, con la stessa fioca luce rossastra dell’ingresso, porte fatte da sbarre di ferro dall’aspetto inquietante, catenacci e grossi lucchetti arrugginiti, molto spettacolare.

“Qui, amore, entra”. Lei ne ha aperta una, ed ora attende pazientemente che entri. Lo faccio rinculando, e lei apprezza perché mi porge la mano da baciare prima di chiudere la porta e di agganciare in qualche modo il guinzaglio alle sbarre. Col frustino mi fa un cenno ed io mi inginocchio, in posizione di riposo, rendendomi conto che sporcherò le calze perché qui il pavimento non è pietra o mattoni, ma terra battuta, come nel sotterraneo della nostra casa in Basilicata, quel sotterraneo che è già il nostro donjon e per Pasqua sarà ristrutturato e diventerà ancora migliore.

“Dovrai aspettare un po’, amore. Pensami, ed io penserò a te”. Certo che sì, certo che penserò a lei, in attesa che qualcuno mi venga a prendere ed a lei mi consegni per il suo e mio piacere. Questo mi riscalderà, nonostante il freddo e l’umido che sale dal pavimento, e che certamente è una scelta precisa. Intanto lei indugia ancora a guardarmi, e finalmente annuisce, mi manda un bacio e se ne va. Da questo momento io sono attesa e nient’altro: penso a lei ed aspetto.

O almeno voglio farlo ma sull’obbedienza devo ancora lavorare; sono curiosa ed un po’ mi distraggo, le celle si fronteggiano, non sono sfalsate come sarebbe meglio, e così posso vedere che in quella davanti alla mia c’è un ragazzo poco più che adolescente. Anch’egli è correttamente in ginocchio, le cosce ben divaricate a mostrare un sesso più che notevole, il busto glabro e magro segnato da strisce scure che si incrociano: anche lui è stato frustato a lungo; ha addosso solo il collare, molto alto, che lo costringe a tenere il capo ben dritto, e le pinzette ai capezzoli. Mi piacerebbe chiedergli qualcosa, anche solo come si chiama, ma mi sembra ovvio che non ci è permesso parlare: anche questa è una prova.

Il ragazzo davanti a me mi ha visto e sbatte le palpebre, forse a mo’ di saluto. Che faccio, rispondo? Non dovrei, vorrei, e alla fine sono salvata da un nuovo arrivo. Nel corridoio rumore di passa, ed ecco un giovane Dom vestito di scuro che porta la sua sub alla cella in fondo. Mi passa davanti, è una donna dal fisico invidiabile, per quel che posso vedere, tette grandi e solide, ventre piatto e muscoloso, culo alto e gambe lunghe, con un cappuccio che le ricopre la testa e dal quale sfuggono pochi ciuffi di capelli ricci. Il cappuccio finisce in un collare di metallo che luccica anche nella penombra del corridoio. Avanza con difficoltà, è ammanettata, i polsi dietro la schiena, ed ha anche le caviglie incatenate, sento un tintinnio di metallo; poi, quando la coppia è già sparita dal mio campo visivo, sento anche rumori diversi e più preoccupanti, deve essere inciampata e caduta addosso al Dom, che infatti la insulta dandole della schiavetta inutile ed incapace.

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