Una breve vacanza – Diciannovesima parte

di cristinadellamore

“Bene così, amore, sei un po’ stanca e non dobbiamo esagerare”, e lei accompagna il complimento con un buffetto affettuoso sulla nuca. Giusto, la testa più alta, gli occhi più bassi, e lei mi mette di nuovo il collare con un’altra carezza. Sento che lei si allontana, i tacchi ticchettano sul pavimento, e mi sorprendo a pensare a quello che provo quando è lei ad inginocchiarsi davanti a me, a sottomettersi, a gemere sommessamente sotto le frustate, a ringraziarmi per il dolore e finalmente, avutone da me il permesso, a venire davanti ai miei occhi dopo avermi dato tutto il piacere del mondo. In quei momenti mi sento alta tre metri, mi sento fiera di me, del mio corpo e del mio cervello, per il potere che ho su di lei, e ricordo la prima volta che lei si offrì alla mia disciplina e mi chiese di frustarla davvero, per una piccola trasgressione che mi aveva confessato fin troppo teatralmente, e come mi sembrò semplice e naturale fare male alla donna che amavo ed amo, ed a come mi piacque veder apparire, uno dopo l’altro, i segni delle frustate sul culo di lei. Poi ci siamo dette che sì, deve restare soltanto un gioco, io avevo ancora paura del dolore (lei no, sapeva bene come funzionano corpo e mente), e adesso sì che è un gioco che giochiamo però molto seriamente.

“Prendi pure quello che è sul letto, amore, indossalo e poi mettiti faccia al muro. È un regalo per te, un po’ in anticipo sul natale”. Lei è di nuovo ad un passo da me, anche meno, alle mie spalle, ed è così che deve essere: mi domina e contemporaneamente mi aiuta e protegge. Grazie, Padrona: sul letto c’è un reggiseno dalla foggia un po’ particolare, in lucida pelle nera, c’è un reggicalze molto alto dello stesso materiale ed un elegante perizoma rosso. Ci sono anche le calze nere, con la riga dietro ed un paio di scarpe che a prima vista non mi piacciono, con una grande zeppa e dei tacchi un po’ troppo larghi. Mi chiedo perché le abbia scelte, so bene che lei adora i miei piedini e queste li coprono un po’ troppo. Li mi dà una gentile pacca sul culo, è un invito a muovermi. In pochi minuti sono pronta; non ho bisogno di guardarmi allo specchio per rendermi conto di essere bella, esposta ma non troppo, e bisogna guardare attentamente per vedermi il culo, scoperto dal perizoma e seminascosto dal reggicalze. Chi lo farà riuscirà ad ammirare anche i segni delle frustate; capisco anche i perché delle scarpe, non sono particolarmente scomode ma mi costringono a muovermi solo a piccoli passi, e contemporaneamente mettono in bella evidenza i miei fianchi ad anfora. Ed è a piccoli passi che assumo la nuova posizione, come lei mi ha ordinato: faccia al muro, gambe divaricate ma non troppo, mani dietro la nuca.

“Perfetto, amore. Sei bellissima, non ho bisogno di dirtelo, ma sai quanto mi piace ripeterlo”, e intanto lei di nuovo mi accarezza lungo il filo della schiena. In cambio di questi gesti d’amore sono pronta a qualsiasi cosa, lei lo sa bene e sa anche cosa può chiedermi e fin dove può arrivare. Provo un brivido diverso: lei ha sostituito le dita con la punta del frustino; all’inizio avevo paura, adesso per me è solo attesa, mi chiedo dove mi colpirà e quanto sarà bello il dolore che sigilla il nostro amore. Perché finalmente dell’amore di lei per me sono sicura, come sono sicura del mio amore per lei.

“Adesso puoi voltarti, amore, molto lentamente”. Anche questo lei mi ha insegnato. Devo girarmi facendo perno sulla gamba sinistra e mantenendo la posizione col resto del corpo. Solo quando ho completato il movimento, in difetto di ordini, devo cambiare la posizione delle braccia portandole dietro la schiena, i polsi incrociati. Tengo sempre la testa alta e gli occhi bassi, ma lei è così vicina che non posso fare a meno di vederla, ed il cuore manca un battito, il respiro mi si strozza in gola. È pronta, ed è bellissima.