Passato

di cristinadellamore

Buio, traffico, pioggerellina sottile ed insistente, insomma situazione estrema per il ritorno a casa dopo l’ultimo incontro della giornata con un cliente a casa del diavolo, e meno male che la vendita e’ andata in porto. Ci si vede poco e mi rendo conto che dovrei proprio cambiare la visiera del casco, e’ un po’ graffiata e non riesco più a pulirla come si deve.

Ondeggiando a passo di lumaca tra le lamiere mi congratulo con me stessa per la maniacale manutenzione allo scooter: sono in una zona nella quale non vorrei mai transitare, figuriamoci essere costretta a fermarmi. Si, perché dopo il prossimo semaforo che distinguo poco più in là il traffico si scioglie, finalmente, e contemporaneamente i lampioni sono più fiochi e distanziati e questo vialone si lascia dietro le case e si inoltre nella campagna. Niente di gradevole, insomma, per una donna sola, e comincio a maledirmi per aver dato retta all’app del telefonino che mi suggeriva questo itinerario.

Già, perché sono dall’altra parte di Roma e passando di qui evito sia il raccordo che il centro già incasinato, visto che è dicembre ed è già cominciato il delirio di natale. Bene, mi fiderò dello scooter e lo metterò per quanto possibile alla frusta, si tratta di dieci minuti, poi dovrei trovarmi di nuovo in mezzo al traffico e, soprattutto, in terra conosciuta, ad un quarto d’ora da casa.

Regolo l’acceleratore ed imbocco coraggiosamente la strada; dopo una rapida valutazione decido di usare i mezzi fari e non gli abbaglianti, ci sono le buche da schivare, è meglio che rallenti un po’ anche perché dal buio potrebbero sbucare altri ostacoli all’improvviso, in fondo qui ci sono i marciapiedi, per quanto dissestati, ed un po’ discoste dalla strada occhieggiano le luci delle abitazioni, quegli sgraziati cubi di cemento e foratini che punteggiano le periferie romane. Secondo il navigatore, devo superare quattro incroci prima di trovare la strada di casa; già al primo mi accorgo che anche qui c’è un vivace mercato di carne fresca. Nella poca luce auto ferme e ragazze in offerta. Niente di cui scandalizzarsi, ce ne sono anche sotto casa nostra, in un quartiere più o meno di pregio, figuriamoci. Ad ogni incrocio c’è un semaforo, ed il primo è rosso; cosa faccio, lo brucio? Meglio di no.

Mi fermo dolcemente con la ruota anteriore proprio sulla striscia bianca, piede a terra e pazienza. Mi rendo conto che, imbacuccata come sono, non sono immediatamente identificabile come una donna. Vediamo, casco e visiera, a coprire il caschetto nero che, lo sento, ha bisogno di shampoo, balsamo e pettine fitto, giaccone tecnico con protezioni alle spalle (e sulla schiena, e sui gomiti, e costosissimo, un regalo che mi ha fatto lei quasi un paio di anni fa e non me ne separerei mai) sul quale ho anche indossato una palandrana antipioggia che mi arriva alle ginocchia, pantaloni impermeabili ampi e rigonfi e, tanto per gradire, copriscarpe a stivaletto che nascondono le mie decolté preferite. Meglio così, mi dico mentre aspetto impaziente che il rosso diventi verde. Più che altro sono una specie di pupazzo.

Tra il rumore della pioggia sul casco e quello del motore sono quasi assordata, ma sento lo stesso un grido, forte ed acuto; mi volto e nella mezza luce vedo una ragazza che corre  via dal piccolo assembramento di clienti; il rosso del semaforo le tinge la faccia di sangue. Viene proprio verso di me, e con un angolo del cervello penso che ha delle bellissime gambe e che, con quegli orribili zatteroni, è bravissima a restare in equilibrio.

Il rosso diventa verde, la strada diventa un acquario e la ragazza balza sul sellino dietro di me, con un accento indecifrabile mi dice vai, vai, ed io accelero e schizzo via, e negli specchietti faccio in tempo a vedere un tizio che si ferma in mezzo alla strada e gesticola furibondo. Troppo furibondo, non pensa a prendere una macchina, e meno male, mi raggiungerebbe in un attimo perché qui si scivola anche più di prima, e la pioggia è aumentata.

La ragazza mi guida con frasi brevi e secche, giro a destra, a sinistra, mi infilo in un vialetto buio e sterrato e finalmente mi fermo davanti ad un portoncino seminascosto da rampicanti e piante infestanti, con una lampadina fioca e giallastra in un angolo, fievole come una speranza.

La ragazza scende e mi dice ancora qualcosa; ho un gran rombo nelle orecchie, ma capisco che mi sta ringraziando e si sta offrendo, proprio a me. Vieni, decifro, lo facciamo senza pagare, tutto quello che vuoi, quello lì mi avrebbe fatto male, e finalmente capisco che, con i suoi lunghi capelli neri ormai inzuppati, le labbra sporgenti da un viso magro fino ad essere ossuto, il grosso seno sicuramente rifatto, è latinoamericana.

In altre occasioni sarei scoppiata in una franca risata, in questo momento non posso. Mi limito ad alzare la visiera ed a guardarla negli occhi, per scoprire la sua sorpresa. Sorride, la ragazza, quando si rende conto, poi si china su di me e mi stampa un bacione sulla guancia, si gira facendo ondeggiare la breve gonna mostrando un culo da gran premio e sparisce dietro il portoncino.

Io dovrò per prima cosa capire dove sono e come tornare a casa, e poi spiegare a lei quel segno di rossetto.