Una breve vacanza -Prima parte

di cristinadellamore

“Stamattina ti accompagno io in ufficio e poi ti vengo a prendere alle cinque. E’ venerdì, devi essere puntuale, mi raccomando”. Adoro quando lei mi dà degli ordini; mentre dormivo ha anche messo via il tailleur che avevo già preparato e sistemato, al suo posto, jeans, felpa e scarponcini. C’è anche la mia giacca di pelle preferita. Ed è giusto: oggi non ho appuntamenti – oserei dire purtroppo, siamo indietro con il budget – ed è il giorno informale. Anche il direttore generale il venerdì si presenta in maniche di camicia e pantaloni sportivi, facendo colpo su un bel po’ di dipendenti.

“Penserò io ai bagagli, stiamo fuori fino a domenica pomeriggio. E adesso sbrigati, amore, da brava”. Dopo il viaggio in moto, abbracciata a lei, devo avere ancora un gran sorriso stampato in viso quando arrivo in ufficio, perché i miei collaboratori mi guardano e mi sorridono a loro volta entrando nella nostra piccola stanza; devo averlo anche quando il direttore generale entra senza bussare e senza formalità per chiedere chiarimenti sulla mia ultima relazione e mi dedica un’occhiata che ingelosisce l’amministrativa part time; devo averlo alle cinque meno cinque quando spengo il computer, volo in bagno e poi schizzo via per le scale, perché mi guadagno un sorriso ed una strizzata d’occhio dall’anziano commerciale che incrocio sulla porta e che in genere mi ignora.

Lei è lì ad aspettarmi, appoggiata al cofano di una utilitaria luccicante e sconosciuta precariamente parcheggiata sull’angolo, mi viene incontro, mi abbraccia, mi bacia e poi mi mette fretta: “Dobbiamo uscire da Roma e c’è traffico, amore. Mettiti la cintura e rilassati”, sorridendo a sua volta.

Lei mi spiega che ha preso in prestito la macchina dal fratellone, come ai vecchi tempi, che ha passato tutta la mattina su una transazione importante e che nel bagagliaio ci sono le nostre sacche, il minimo indispensabile. Ad ogni semaforo rosso mette una mano possessiva sulla mia coscia, molto in alto, e per fortuna di semafori rossi ne troviamo tantissimi.

Mi rendo conto solo dopo un bel po’ che siamo finalmente uscite dalla città e puntiamo verso i Castelli; lei continua a raccontarmi della transazione in cui sono in ballo più di soldi di quanti io posso solo immaginare di guadagnare in tutta la vita, mi spiega cosa sia un trust con sede nelle Isole del Canale e già che c’è mi spiega anche cosa sono le Isole del Canale ma tace sulla nostra destinazione. Poi finalmente, è buio, ormai, dobbiamo aver fatto un sacco di strada, lascia la consolare e dice: “Siamo arrivate, amore. Ti piacerà, vedrai”.

Siamo al cancello di una villa patrizia; lei lascia il motore acceso, scende e si infila ina una specie di portineria e dopo pochi minuti è di ritorno, imbocca un vialetto e parcheggia accanto ad un piccolo chalet dalle pareti di pietra grezza ricoperte da rampicanti.

“Eccoci qui, amore. Vieni, hai il tempo di fare una doccia e di cambiarti prima di cena, mi incita lei. Prendo a caso una borsa, lei prende l’altra e la valigetta un po’ consunta rimaste nel bagagliaio. La riconosco, nella penombra, con un tuffo al cuore ed anche più in basso: è con quella, cuoio elegantemente consumato nelle aule dei tribunali e negli studi legali, che lei ama trasportare i nostri giocattoli.

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