In famiglia

di cristinadellamore

Quando finalmente spengo il computer fuori è già buio: me ne accorgo soltanto dopo essere andata in bagno perché lo spazio per me e per il mio team è sempre quello, senza finestre, piccolo e soffocante, ma per fortuna pulitissimo; e per fortuna ci resto poco, sono molto in giro, da un cliente all’altro.

In ufficio c’è ancora il direttore generale e ovviamente il segretario/receptionist/factotum che mi scocca un’occhiataccia vedendomi puntare dritta su di lui. Sta sistemando la corrispondenza nel libro della posta alla firma e non vuole essere disturbato durante un’attività così importante ed impegnativa. Me ne frego, gli chiedo di annunciarmi al direttore generale, voglio consegnargli di persona il resoconto quotidiano, oggi particolarmente buono, e devo anche chiedergli più risorse, perché il nerd non ce la fa più a star dietro al lavoro.

Con malcelata soddisfazione il segretario/receptionist/factotum dice che non è possibile ma io non sono qui per ricevere un no come risposta. Nemmeno insisto, lo supero e busso alla porta, ascolto un “avanti” soffocato ed entro. Il direttore generale, in maniche di camicia e senza cravatta, troneggiante dietro la sua bella scrivania dirigenziale, mi guarda perplesso, evidentemente si aspettava di vedere un’altra persona. Si riprende, fa partire il classico sorriso da dirigente, mi dice di accomodarmi, mi ascolta, si congratula, e conclude che per i rinforzi ci penserà e vedrà quello che può fare: il tutto è durato quattro minuti esatti, meglio di niente, e comunque ci ritornerò sopra.

In realtà non vedo l’ora di andare a casa e sono così stanca che ho anche un po’ di paura a guidare: è ormai notte, il traffico è ringhioso come al solito, ci sono pedoni che sbucano da tutte le parti e se il tempo di viaggio con i mezzi pubblici non si dilatasse all’infinito davvero lascerei lo scooter qui e tornerei con l’autobus che mi porta direttamente a destinazione. Anche perché mi frulla in testa una mezza idea che potrebbe rendere più scorrevole il lavoro, vorrei pensarci meglio e magari buttare giù una prima bozza da sottoporre al direttore commerciale. Niente da fare: tolgo la catena allo scooter ed ho sotto gli occhi la fermata degli autobus dove è accalcata una folla tipo concerto rock, il pannello a messaggio variabile indica attese intorno ai venti minuti, quindi abbottono la giacca leggera, infilo ed allaccio il casco, metto i guanti e via, si parte, proprio mentre il direttore generale seguito come un’ombra dal segretario/receptionist/factotum esce a sua volta dal portone. Non può avere materialmente firmato tutta la posta, e comunque non sono affari miei.

Per fortuna c’è meno traffico del previsto e mi devo districare in mezzo alle auto solo quando arrivo alla strettoia che immette al ponte sul Tevere: insomma, venticinque minuti, temevo peggio. Ci sono stata attenta, non ho visto neanche un autobus lungo tutto il percorso e faccio le ultime curve pensando che se avessi evitato di guidare magari adesso sarei ancora ad attendere dall’altra parte di Roma.

Affronto un po’ troppo allegramente il tornantino in discesa, tengo lo scooter in linea con un colpo di reni, e adesso mi manca solo l’ultima curva; dalla mia sinistra arriva qualcuno rombando e mi concede la precedenza per un soffio. È lei, che pure non vede l’ora di essere a casa, lampeggia e mi fa segno di passare per prima, poi quasi affiancate imbocchiamo il passo carrabile ancora da riasfaltare per i lavori in corso, e che resterà così chissà per quanto tempo.

Rubo un bacio al volo, lì dove e come sono, tra le moto appena parcheggiate, e poi un altro in ascensore, più soddisfacente perché lei mi abbraccia, mi stringe e mi accarezza il culo sopra la gonna, e come al solito rimpiango di non abitare all’ultimo piano.

Lei apre la porta e mi fa passare per prima; non è solo galanteria, mi merito un’altra carezza sul culo, che si interrompe troppo presto. Siamo a casa, dico, ed oltre al profumo di pulito cui sono abituata, c’è anche quello più stuzzicante che arriva da qualche manicaretto sul fuoco. Già, perché la cugina non ha voluto rinnovare lo stage, sta preparando gli ultimi esami e completando la tesi, e nei ritagli di tempo fa la casalinga niente affatto disperata. Così ci solleva dalle nostre incombenze di pulizia e cucina, e lo fa benissimo.

“Ha anche imparato a cucinare”, sorride lei, “miracoli di internet”. Io so che non è così, in realtà; la cugina si è confidata con me, e mi ha confessato che per quanto possa essere nativa digitale ha tratto gran profitto dal libro delle ricette della madre, un vero libro di carta, un po’ ingiallito, con le pagine arricciate ed in certi punti macchiate da antichi schizzi degli intingoli preparati negli ultimi venti anni. Ed eccola, la cugina, che arriva  dalla sua stanza, maglietta abbondante che le arriva alle ginocchia, i capelli legati in qualche modo, e senza trucco sembra una bambina.

Bacetto sulla guancia, e poi ci avverte che non è ancora pronto, abbiamo ancora mezz’ora da aspettare. Niente di male, ci sono tante cose che possiamo fare in trenta minuti, prendo lei sottobraccio e la porto con me in camera da letto.