Ristrutturazione

di cristinadellamore

Il grande caldo che avvolge il paese è appena meno soffocante nella cantina, scavata nella roccia della montagna e che prende luce da una finestrella posta molto in alto: so che è al livello del vicolo che porta al corso principale, e questo mi dà l’idea di quanto siamo sottoterra, qui, con tutta la casa sopra di noi. Non si suda ma in maglietta e gonnellina di tela sono a mio agio, non fa affatto freddo.

Lei, camicetta annodata in vita e jeans, mi tiene per mano dopo avermi aiutata a scendere le ripide scale che collegano questo locale al magazzino. L’ultima volta che ci sono stata, due anni fa, ero bendata ed incatenata per il nostro piacere, una prigioniera nella segreta, una versione femminile della Maschera di Ferro, magari, e fu bellissimo.

Stavolta niente di tutto questo. C’è da sistemarla, questa cantina: ci sono ancora le damigiane in cui il nonno conservava il vino prodotto con l’uva della piccola vigna, allineate lungo le pareti su rozzi tavolacci di legno, e c’è anche il tino di cemento, coperto per sicurezza da una botola, sbarre di ferro un po’ arrugginite, recuperate chissà da dove; lei ha provato ad accendere la luce, ma la piccola lampadina nuda che penzola dal soffitto è rimasta ostinatamente spenta, come è rimasta spenta la luce nel corridoio che porta al garage, che è pieno di mobili più o meno antichi, più o meno smontati, più o meno danneggiati.

“C’è roba del bisnonno, figurati, amore. Una splendida scrivania di cui papà era innamorato, e tre o quattro librerie di legno e vetro, tutte chiuse. Questa deve essere la volta buona che sistemiamo un po’ casa”, mi ha spiegato lei. Sì, perché tra qualche giorno verrà il fratellone, passerà la notte qui dopo la festa del patrono, e metteranno mano ai lavori; da quello che ho capito, per prima cosa c’è da rifare il tetto, trecento metri quadri di tegole da sistemare, poi tinta alle pareti e con l’occasione risistemeranno anche l’arredamento, togliendo i mobili più vecchi e di minor valore anche affettivo. E qui, cosa possiamo fare?

“Per prima cosa, ovviamente, via quelle damigiane e quei tavoloni di legno, un po’ di luce in più, e per il resto vedrai, mi piacerebbe farne il nostro donjon”, sorride lei. Ci penso su un attimo mentre lei mi guarda sorridendo e mi stringe la mano un po’ di più. Vediamo, il pavimento in terra battuta può restare, bisognerà murare nelle pareti anelli di metallo ai quali potrà incatenarmi, e magari, visto che il soffitto è fin troppo alto, sistemare anche un paio di travi di ferro cui appendermi, magari con una carrucola, per i polsi o per le caviglie.

Lei deve avermi letto in faccia quello che ho pensato: mi dà un bacio leggero sulle labbra prima di chiedermi: “E per me non resterà niente? Non essere ingorda”, e di sbottonarsi rapidamente la camicia.

Mi chino per baciarle il seno impennato dai capezzoli eretti e lei si sottrae facendo un passo indietro. Giusto, devo pensarci meglio, e riesco a suggerire, con la voce che mi esce un po’ roca, che quelle tavole di legno potrebbero essere opportunamente riciclate in una croce di Sant’Andrea ed in un cavallo BDSM.

“Molto bene”, risponde lei, e intanto ha tolto anche i jeans. “E adesso, amore, aiutami con questa botola: io entro qui dentro, la chiudiamo e tu ti sistemi qui sopra. Ho voglia di fare la doccia”.