Saluti

di cristinadellamore

Non appena apriamo gli sportelli dell’auto, la piccola utilitaria della zia, il caldo ci colpisce come un pugno. Abbiamo viaggiato per quasi cinque ore, un po’ di traffico, lei in qualche istante ha palesemente rimpianto di aver smesso di fumare, e l’atmosfera, all’interno, è rimasta confortevole; adesso però, in pieno sole, all’ingresso del piccolo cimitero ad un paio di chilometri dal piccolo paese della Basilicata che è la nostra destinazione, i quasi quaranta gradi di questo agosto si sentono tutti.

Aria pesante, frinire di cicale, terra calcinata dal caldo e dalla mancanza d’acqua, e davanti a noi il cancello e, sul muro, il solito paio di annunci funebri, che lei studia strizzando gli occhi dietro gli occhiali scuri; nonostante l’aria condizionata, la sottile maglietta bianca è incollata alle spalle dal sudore, si è stancata più di quanto volesse farmi capire.

“Andiamo, amore”, dice lei, e mi guida, come ogni volta, verso la parte vecchia del cimitero, cipressi fitti, cappelle di famiglia e croci piantate in terra. Regge con un certo imbarazzo un mazzetto di fiori di campo, li ha presi a Roma subito prima di partire, ed hanno sopportato il viaggio meglio di lei.

Siamo sole, non sono questi il giorno e l’ora per una visita ai defunti, io la affianco e faccio per prenderle la mano libera. Li si limita ad accettare una mezza carezza, fruga nella borsetta ed estrae il mazzo di chiavi che di solito conserva nella scatola d’argento sul cassettone in camera da letto, quello con le iniziali intrecciate dei genitori. Una apre il pesante portone di casa, e la useremo tra poco, ed è una piccola yale, che ho sempre trovato un po’ incongrua ogni volta che apriamo la serratura moderna incassata con qualche difficoltà nel legno rinforzato da borchie di metallo; l’altra ha l’aspetto che invece si merita, lunga, pesante, ottone brunito, per la cappella di famiglia. Abbiamo avuto anche problemi a trovare qualcuno in grado di farne una copia per la cugina, lei alla fine ci è riuscita dopo aver cercato a lungo su internet e visitato di persona tre o quattro ferramenta.

Questa è l’originale, due mandate per aprire il cancello dopo aver salito tre ripidi gradini. Non è una cripta, fa caldo anche qui, ed ogni volta io mi sento in imbarazzato, sotto gli occhi severi dei nonni di lei che mi squadrano dalle foto sulle lapidi. Avrebbero approvato la mia presenza? Non credo, ma non l’ho mai chiesto a lei e in fondo non importa.

In alto, sotto lo spiovente del tetto, una lastra di pietra di un rosso cupo, due nomi e tre date, le ceneri dei genitori di lei; la terza data è quella del giorno in cui un camionista troppo stanco ha preso lo svincolo sbagliato ed ha schiacciato un’utilitaria. Impossibile mettere dei fiori lì, lei li depone in un piccolo vaso sul pavimento, china il capo per un istante ed io devo trattenermi perché ho davanti agli occhi la nuca di lei che adoro baciare.

“Fallo, amore. Mamma e papà avrebbero capito ed apprezzato”. Lei parla a bassa voce, senza muoversi, io mi guardo intorno in un lampo, prima di chinarmi su di lei e di farle sentire le labbra, la lingua ed i denti.

“Grazie, amore. E’ bello sapere che ci sei”. E sono io a mettermi a piangere.