Sushi

di cristinadellamore

“Amore, ti ho detto che devi stare zitta”, mi sussurra lei in un orecchio, poi si alza a metà e mi dà uno schiaffetto sulla guancia. Ha ragione, ma è difficile; mi ha legata a spreadeagle e si è dedicata ad ogni centimetro della mia pelle, ad ogni più nascosto angolo del mio corpo, portandomi mille volte sull’orlo del piacere per poi tirarmi indietro all’ultimo istante. Nella notte calda di luglio, con il condizionatore che ronfa nell’angolo, sono sudata e bagnata di tutti gli umori possibili, ed anche lei.

“Guarda, amore, ne è rimasto uno con il salmone”. Il sushi che ha portato a casa dopo che la cugina è uscita con il suo professore lo abbiamo mangiato l’una dalle labbra dell’altra, poi l’appetito del sabato sera è stato sostituito dalla reciproca fame e siamo passate ad altro. Devo stare zitta, quindi mi limito ad annuire mentre lei torreggia su di me, il seno impennato con i lunghi capezzoli duri che ho baciato, leccato e morso, il ventre piatto e muscoloso e la lunga fessura rosea e profumata che stasera non ho ancora avuto l’onore di baciare.

“Ti va, amore? Ce lo dividiamo”. E senza aspettare la mia risposta infila con gesto sicuro il mucchietto di riso lesso e pesce crudo proprio dovrei io avrei tanta voglia di infilare la lingua. Posso dire che mi manca il respiro? Ebbene sì, lo dico. Meglio così, riesco più facilmente a stare zitta, come lei mi ha ordinato.

“Non esagerare, amore. Solo metà”, dice lei, e poi si muove, si piega, fa qualcosa, e insomma mi trovo il boccone che mi porge in maniera così inusuale a portata di labbra. Metà, e significa che non posso neanche accostare le labbra alla sua pelle. O sì? Ci provo, con i denti, le labbra e la lingua, e sì, così il sushi è decisamente meglio, meglio che con il wasabi o lo zenzero, incommensurabilmente meglio che con la salsa di soia.

“Hai ancora fame, amore? E sia, prendilo tutto tu, non ti preoccupare”. E lei comincia a muovere lentamente il bacino, ed io ha qualche difficoltà a trovare il bersaglio, immobilizzata come sono. Non che me la prenda, in questo modo più che mangiare sto bevendo, per la gioia mia e quella di lei, e quando riesco finalmente ad inghiottire l’ultimo boccone lei mi fa eco con la sua deliziosa risata che adoro sentire.

“Sei stata brava, amore. E adesso ti aiuterò a restare zitta, mentre mi occupo di te. Da brava, tira fuori la lingua”. Nella scatola dei giochi ci sono morsi e bavagli di ogni tipo, ma lei tiene tra due dita le bacchette che ogni volta ci regalano quando compriamo a peso d’oro nel ristorante giapponese; avvolti intorno ai polsi ha anche due elastici.

“Rilassati, ne ho sentito parlare ma non l’ho mai visto fare, non voglio farti male”. I bastoncini fissati con gli elastici mi impediscono di chiudere la bocca, e lei ne approfitta per baciarmi, lentamente ed a lungo, prima di passare ad altre parti del mio corpo. Non potrò gridare il suo nome, ma sarà come se lo facessi, lei se ne accorgerà facilmente.

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