Telefoni – Dodicesima parte

di cristinadellamore

E’ venerdì, quindi baccalà. Non è una porzione enorme, per fortuna, ci sono più patate che pesce, e poi pomodorini, pinoli e uvetta. Molto gradevole, forse un po’ salato, e la cugina lo nota: su questo è addirittura più attenta di noi, ci tiene alla sua invidiabile forma fisica. Lei mangia e mi guarda fisso negli occhi: ancora, vuole che faccia qualcosa. Ci penso un po’, facendo finta di assaporare molto lentamente ogni boccone e finalmente capisco.

Niente di particolare, a dirlo, ma insomma vuole che alzi la gonna e sieda col culo direttamente sulla sedia – nella specie sulla panca di legno, e meno male che alle spalle c’è la parete. Ovviamente lo faccio, pian piano, e siccome la gonna è stretta basta buttare l’occhio e si vede tutto. La cugina ha seguito la manovra e probabilmente ha capito il gioco. Neanche per lei il mio corpo è una novità, mi strizza l’occhio e svuota il piatto.

Qui non lo abbiamo mai fatto, ci siamo venute solo un’altra volta. Il punto è che non ci sono tovaglie lunghe e svolazzanti sotto le quali mi posso coprire, quindi anche chi è seduto al tavolo accanto può godere dello spettacolo che sto offrendo e che lei, invece, non può ammirare perché il tavolo glielo impedisce. Io so perché lei fa così: non è solo per dimostrare che le appartengo, è anche per mettersi alla prova. Mi espone, insomma, perché dice che sono bella e che la bellezza non può essere nascosta. Diciamo che ci ha ripensato, una volta mi ha confessato, e fu qualche anno fa, che avrebbe voluto tenermi sempre coperta da scialli e veli e cappottoni informi, ed io lo avrei anche fatto se me lo avesse chiesto. Lei sa anche che io non penso che a lei, e non desidero altri che lei, e che appartenere a lei è non solo il mio destino ma lo scopo della mia vita – e siccome lei appartiene a me ed ha identici destino e scopo siamo ovviamente pari, ed è questa la prova che ci impone.

Il cameriere quasi rovescia i piatti che sta portando al tavolo vicino: coda alla vaccinara, strana idea con questo caldo, però decido che dovremo tornare qui in autunno e prenderla, magari abbinandola ad una bella matriciana; ne parliamo sgranocchiando i biscottini accompagnati dal vinello dolce che costituiscono il fine pasto, rifiutiamo il caffè e lei si alza per pagare. Tocca anche a me alzarmi, e lo faccio con attenzione, accompagnando la gonna verso il basso. Quando sono in piedi sono decentemente coperta, magari con rimpianto della coppia che ha affondato il capo nei piatti e fa finta di non guardare e del cameriere che ci ringrazia fin troppo calorosamente, e non solo per la mancia che lei ha lasciato alla cassa.

“Avviati per prima, amore, ed aspettami in camera da letto. Ti devo restituire le mutandine”. Lei mi sfiora le labbra con un bacio prima di prendere sottobraccio la cugina e dirigersi verso la Ural. Io ho voglia di correre senza freni, ma so che lei mi lascerà tutto il tempo necessario per arrivare a casa, fare la doccia e ammanettarmi da sola alla spalliera del letto. Poi con le mutandine mi imbavaglierà e mi farà cose meravigliose fino a domani mattina.

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