Rituali – Terza parte

di cristinadellamore

Non importa, la sento che mi segue e rimane più vicina che può, mentre scendiamo a passo cadenzato. I piedini affondano appena, sotto la sabbia ci deve essere uno strato più compatto, e attorno a noi, dietro le torce, svettano nel buio, nero su nero, alberi imponenti. Per essere più o meno ad un passo dalla città è una zona davvero selvaggio, o almeno quanto di più simile alla natura incontaminata il denaro possa comprare.

La cugina accelera il passo, come quando andiamo a correre e si trova in testa al gruppo. E’ giovane quanto me, capisco la sua impazienza che in questi anni con lei ho imparato a controllare se non dominare; mi adeguo per quello che posso, anche se credo che arrivare a destinazione, dovunque sia e di qualsiasi cosa si tratti col fiatone, sudate e stanche non sia un buon modo di cominciare. Lei invece non cambia il passo, anzi mi sfiora quasi di nascosto per farmi cenno di rallentare. Obbedisco, e mi accorgo che, in qualche modo, anche la cugina ha rallentato, e infatti resta cinque o sei passi avanti a noi ma non guadagna più terreno.

Il viottolo gira dietro una gobba del terreno, così che per un istante perdiamo di vista la cugina ed io mi chiedo immediatamente che fine abbia fatto. Nervosa? Direi proprio di sì. Un’ultima discesa e poi siamo quasi a destinazione, uno spiazzo illuminato dalle solite torce, disposte in circolo, al centro un bel mucchio di legna pronta ad essere accesa, immagino.

“Round about the cauldron go, In the poisoned entrails throw”. E’ lei che lo ha sussurrato, e mi spiega in fretta che le è improvvisamente venuto in mente il Macbeth, e davvero mi prende sottobraccio, stavolta, mentre percorriamo gli ultimi metri. Fa anche in tempo a tradurmeli e l’unica cosa che mi viene in mente è che di calderoni non ne vedo, per fortuna, mi sembra che faccia già abbastanza caldo così, e mi accorgo di essere sudata sotto il mantello.

In fondo alla discesa un’altra figura in cappuccio e mantello, una torcia in pugno, ci indica i nostri posti. La cugina in prima fila, noi dietro di lei, a formare, con le persone che sono già qui, un arco di cerchio. Dovremo aspettare a lungo? E’ notte fonda, e con una rapida occhiata alle mie spalle verifico che ormai, sul sentiero che abbiamo appena percorso, c’è una fila ininterrotta di figure intabarrate che scendono più o meno cautamente per raggiungerci. Cerco la mano di lei e la trovo immediatamente; stringe la mia e mi dà tutta la forza, la calma e la serenità di cui ho bisogno. Cerco di pensare ad altro, per esempio che a casa abbiamo un mantello di questo genere che lei ha indossato una sera di carnevale solo per me, e nel quale abbiamo fatto l’amore a lungo e meravigliosamente, fermandoci ogni tanto per bere un sorso di vino l’una dalla bocca dell’altra. Penso anche che ho già visto lei nuda all’aperto, in Basilicata, accanto alla fonte del bosco, e che vorrei rivederla quest’anno, sperando che faccia abbastanza caldo per poterci bagnare in quella fontana prima di fare l’amore. Poi smetto perché altrimenti rischio di non rispondere più delle mie azioni, e perché c’è un lampo da qualche parte che mi ferisce le pupille abituate alla penombra. Sì, qualcuno ha finalmente dato fuoco alla legna, più che un falò è una specie di rogo, le fiamme saranno alte due metri ed illuminano a giorno tutte noi.

Qualcuno mi prende l’altra mano e dà uno strattone gentile, e insomma dobbiamo fare girotondo, mi muovo con attenzione, ho paura di inciampare visto che davvero non riesco a vedere dove metto i piedi. Figurina scura contro le fiamme, la cugina si muove nel verso opposto, insomma il rito, qualunque esso sia, comincia.

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