Rituali – Seconda parte

di cristinadellamore

Ci siamo. Indico a lei l’uscita, poi la tortuosa provinciale, infine la sterrata che affrontiamo a passo d’uomo. Arriviamo in uno spiazzo trasformato in parcheggio, lei manovra in punta di dita e sistema la macchina in un angolo un po’ più lontano, col muso già rivolto nella direzione dalla quale siamo arrivate. Forse ho letto troppi romanzi polizieschi e di spionaggio ma mi dà l’idea che lei si aspetti di dover andare via di qui di gran carriera.

Il terreno è in discesa e dopo pochi passi vedo una specie di scatola di mattoni e argilla, una porta e nessuna finestra, un tetto sbilenco di tegole. Vedo, perché c’è una specie di sentiero segnalato da due file di torce, ed altrettante torce ardono attorno alla costruzione, sulla porta della quale ci aspetta una figura nascosta da un mantello scuro, un cappuccio calato sul capo.

Questa costruzione è, stanotte, una specie di spogliatoio: ci vengono davvero consegnati dei mantelli, neri e pesanti, ci vengono indicati degli armadietti. Diciamo che io non ho nessuna voglia di spogliarmi, qui ed ora, anche perché ci sono già altre due o tre donne più o meno nude, e dietro di noi arriva un’altra coppia, e mi sembra di stare nello spogliatoio di quella palestra vicino casa che frequentammo brevemente un paio di anni fa. Unica differenza la penombra, niente luce elettrica ma tante candele, e in questa mezza luce lei è bellissima, mi sorride, mi manda un bacio e ovviamente io non penso ad altro che ad accontentarla, obbedirle, mostrare il mio amore profondo e la mia totale devozione. Dimentico la cugina, che pure è a contatto di gomito, dimentico le altre persone che sono qui e tutte quelle che potrebbero arrivare e mi spoglio per lei mentre lei si spoglia per me, come se ci stessimo preparando per fare l’amore.

Quando sono nuda davanti a lei nuda vorrei dire qualcosa, ripetere che è bellissima e che farò sempre del mio meglio per essere degna di lei, ma non posso; lei si avvicina a me e senza abbracciarmi stampa le labbra sulle mie, le forza con la lingua agile, mi assapora come ama fare e come io adoro che faccia; poi, con le pupille che mi sembrano riflettere tutte le candele che sono qui attorno ed anche qualcuna di più, mi dice: “Ti amo” e mi aiuta ad indossare il mantello. Un istante ed è pronta anche lei, e trova il modo di aiutare la cugina ad avvolgersi in una cappa un po’ diversa dalle nostre, più leggera, a quello che mi par di capire. Ma non importa, lei mi prende sottobraccio, fa cenno alla cugina di seguirci ed usciamo, dal lato opposto a quello dal quale siamo entrate.

Sulla porta, un’altra persona resa anonima dal solito mantello con cappuccio; ci dice che la cugina deve passare davanti e che noi dobbiamo seguirla in fila indiana, una voce femminile, senza inflessioni particolari, una bella erre francese, e noto che si regge su due piedini dalle unghie elegantemente smaltate di nero. Obbediamo, anche se mi sento abbastanza preoccupata, anche perché lei non solo fa passare avanti la cugina, ma anche me. Non posso vederla, spero di sentire la sua presenza.

Un altro sentiero in discesa, terra battuta e finissima sabbia: siamo scalze ma non ci dà nessun fastidio. Ai lati, prosegue la doppia fila di torce che si perde dietro una curva ed un dosso. Deve essere costata, una messinscena di questo tipo.

“Mia cugina, come supplice, ha pagato mille euro. Per noi, come accolite, la metà”. Lei è un passo dietro di me, forse meno, e mi sussurra all’orecchio. Tanto per cambiare, ha capito cosa mi era venuto in mente. “La fortuna, amore, costa molto”, aggiunge, e non capisco se è ironia o una semplice quanto amara constatazione.

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