Telefoni – Decima parte

di cristinadellamore

Il punto è che lei vorrebbe lavorare a tempo pieno per me, non è contenta del capo che ha e pensa che io possa liberarla di questo peso. Ovviamente non è così, il direttore amministrativo resterà comunque il suo superiore gerarchico come lo è del ragioniere pensionando. Drizzo le orecchie quando la sento dire che è disposta a fare tutto: mi sbaglio o c’è un doppio senso? Spero di no. Il tempo passa e riesco a tagliare corto ricordandole l’appuntamento di lunedì mattina solo quando anche per me si è fatta l’ora di muovermi.

Come ai vecchi tempi, davanti al portone del palazzo c’è lei, appoggiata alla Ural che stasera mi sembra luccichi un po’ di più. Accanto c’è la cugina, ma stasera è come se non ci fosse; non è che la ignoro, non la vedo proprio mentre accelero il passo e volo tra le braccia di lei che mi stringe e mi bacia, ed era ora. E sì, rispondo al sussurro di lei sulle mie labbra, è stata davvero una giornata molto dura.

Lo è stata anche per loro, mi dice la cugina, e non è ancora finita, purtroppo. Nel senso, aggiunge, che adesso andiamo a vedere come hanno ristrutturato casa di mamma per farci il bed and breakfast, e già immagina di stare male. La domanda più ovvia è: ma allora perché ci va? E la risposta è che vuole conservare buoni rapporti con queste persone, che hanno tanto insistito. Anche perché c’è la signora che faceva le pulizie a casa che ha perso una parte del lavoro e che ha chiesto tante volte di aiutarla: è l’occasione per ricordare agli inquilini che se hanno bisogno di qualcuno per le pulizie dovrebbero proprio rivolgersi a lei.

E quindi andiamo. Mi stacco a fatica dall’abbraccio di lei, sfioro la guancia della cugina con una carezza e recupero lo scooter – e accidenti quanto mi manca viaggiare sulla moto con lei, soprattutto in serate come queste. Sola sullo scooter, mi sento un po’ gelosa ed un po’ esclusa. Per sfogarmi imballo il motore, faccio fischiare i freni e mi sta bene quando lo scooter quasi mi si intraversa ad un semaforo; sotto la visiera del casco gli occhi di lei mi squadrano e mi impartiscono un ordine, poi mi fanno una promessa. E va bene, mi calmo.

E mi calmo ancora di più quando siamo arrivate. Perché lei ha deciso che la cugina deve affrontare questa cosa da sola, e noi aspettiamo davanti al portone; io vorrei fare un po’ l’offesa e la ritrosa, ma resisto meno di un respiro e mi ritrovo di nuovo tra le braccia di lei, le labbra socchiuse per chiedere un bacio, la pelle d’oca sulle braccia scoperte che anela una carezza.

“Davvero hai ancora voglia, amore?”, dice lei con un sorriso, qui, in mezzo alla strada, con la gente che ci spinge per passare, le macchine che strombazzano davanti al semaforo ancora rosso. Non ho bisogno di rispondere, lei sa benissimo che non mi basta mai.

“Lo so, da quando siamo in tre in casa certi giochi non li facciamo più. Mancano anche a me, ma stasera possiamo provare qualcosa. Devi avere un po’ di pazienza e sarai prima punita e poi premiata”. Punita, certo, me lo merito perché non mi sono saputa controllare, e premiata per lo stesso motivo. Davanti però abbiamo ancora la cena: di colpo non ho più fame.

“Non ti annoierai a tavola, amore. Promesso”. E mi tiene stretta finché la cugina non ricompare, inquadrata nel portone, un po’ pallida sotto l’abbronzatura. Però se la postura delle spalle dimostra qualcosa, sembra che non sia andata così male. E allora andiamo, adesso ho fretta di sedermi a tavola, sono solo pochi metri da qui.

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