Rituali – Prima parte

di cristinadellamore

“Non ci credi tu, non ci credo io. Ma mia cugina ci tiene, e forse ha deciso di crederci, ed ha bisogno di noi”. Lei mi parla con tutta la pazienza del caso, come ad una bambina più che ad una moglie ma io per una volta non voglio lasciarmi convincere facilmente, chiudo le gambe, incrocio le braccia sul petto, metto su il broncio delle grandi occasioni e addirittura mi sottraggo alle sue labbra che cercano le mie. Non voglio, non solo non ci credo, ma sono convintissima che queste cose portino sfortuna.

Flashback. Lei aveva cominciato a coccolarmi gentilmente, e come sempre io avevo cominciato a sciogliermi, già presa dal gioco e dal piacere dell’attesa. Poi, tenendomi tra le braccia, un ginocchio a sfregare gentilmente sull’inguine, facendomi vibrare e tremare, mi ha raccontato, tra un bacio e l’altro, di questa serata più o meno esoterica cui la cugina era stata invitata, e per la quale era richiesta la nostra presenza.

No, grazie. A parte tutto non mi ci vedo, con questo caldo, andare in giro nei boschi magari avvolta in un mantellone, forse ballare attorno ad un fuoco ed invocare, chissà, qualche oscura divinità affinché risolva i nostri problemi – di salute, di soldi, di cuore o di chissà che cosa. E poi, quali problemi può avere la cugina?

Comunque lei sa benissimo come la penso: stronzate. Se non sei in grado di risolvere un problema o il problema è troppo complicato o sei troppo debole; e la cosa più bella è che lei la pensa come me. Davvero, non capisco perché vuole farci entrare in questa storia dalla quale preferisco restare alla larga per centomila ragioni, tutte ottime.

“Esatto. E lasceresti sola mia cugina ad affrontare questa gente? Io non posso”. Perfetto, mi ha portata esattamente dove voleva, ci sono cascata con tutte le scarpe. Lei non può lasciare sola la cugina, io non posso lasciare sola lei. Neanche adesso: apro le gambe, afferro la testata del letto e mi abbandono alle sue carezze, poi mi mordo la lingua per non urlare quando lei mi strizza i capezzoli, forte ma mai abbastanza.

Dissolvenza. E insomma, ci siamo. Per fortuna fa meno caldo, tanto da sopportare jeans e maglietta a maniche lunghe; lei mi ha anche suggerito – mi ha ordinato, sarebbe più giusto – reggiseno sportivo, scarponcini pesanti e calzettoni di spugna; deve sapere qualcosa che io non so, evidentemente, è vestita come me, e la cugina anche, solo che non ha rinunciato alle scarpe da ginnastica, ma sono di quelle pesanti che salgono ben oltre la caviglia,

Lei guida, io la guido seguendo le indicazioni del nuovo navigatore che ho scaricato sul telefonino; ci sono anche gli avvisi degli utenti, e per due volte ho segnalato una coda, per fortuna sulla corsia opposta. Sì, perché siamo sul Raccordo, per qualche ragione la serata si svolgerà dalla parte opposta di Roma.

“La ragione c’è”. Lei segnala il cambio di corsia, effettua il sorpasso e mi sorride senza staccare gli occhi dalla strada. “È qualcosa che ha a che fare con gli Etruschi, che da queste parti si erano insediati quando Roma era solo un guado sul Tevere; e per qualche motivo, c’è molta gente convinta che gli Etruschi avessero un filo diretto con potenze strane e particolari”. Un po’ come i Maya, insomma, e come i Maya non scamparono agli Spagnoli, gli Etruschi non scamparono ai Romani, quindi queste amicizie altolocate non sono poi servite a tanto, concludo dentro di me. Non c’è ragione di offendere la cugina, seduta dietro, in silenziosa concentrazione.

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