Telefoni – Quinta parte

di cristinadellamore

Bene, come al solito non appena ripreso il controllo dei miei sensi, alla fine di una vendita, mando un messaggio a lei per farle sapere come è andata e per ripetere che la amo. Stavolta, con il telefono in mano, mi viene un dubbio e chiamo anche in ufficio, anzi, chiamo di nuovo il direttore generale, gli dico che ho finito e che posso arrivare in ufficio tra mezz’ora. Mi risponde, fin troppo contento, che sarà lì ad aspettarmi; fin troppo educato, non mi chiede come è andata la vendita. O forse lo sa già, avrà visto i dati del contratto che ho spedito al ragioniere pensionato, vuoi che il direttore generale non possa accedere ai dati della contabilità?

Ammaestrata dai miei errori, vado fin troppo piano. Ancora mi chiedo cosa bolle in pentola quando metto finalmente il piede a terra e parcheggio lo scooter al solito posto, in un angolo un po’ riparato; penso oziosamente che dovrei farlo lavare di nuovo mentre blocco la ruota e rimedio un piccolo sbaffo di grasso sul dorso della mano, mi do una controllata nello specchietto prima di affrontare questo pomeriggio che si preannuncia strano e complicato.

No, perché non è che non abbia mai dovuto allontanare qualche mano un po’ troppo invadente, specie quando ero alla reception, nei primi tempi, o declinare qualche invito non gradito; il guaio è che mi sento abbastanza strana, e se le attenzioni di un bell’esemplare di maschio sono comunque un balsamo per la mia autostima mi ha lasciata perplessa la mia reazione. Cioè, in genere io sorrido e dico no, grazie, sono impegnata: l’ho fatto anche oggi, e mi sembra di essere stata più o meno gentile. Sempre in genere, poi magari lo racconto a lei e ci facciamo su due risate, solo che stavolta è diverso, ci ho ripensato per così tanto tempo e con tanta intensità.

Bene, come mi vede arrivare il segretario/receptionist/factotum mi fa segno di passare subito dal direttore generale ma non ci penso neanche. Tappa in bagno, per ovvi motivi, e nuovo messaggio a lei, che mi risponde con un cuore proprio mentre busso alla porta sotto lo sguardo corrucciato del suddetto segretario/receptionist/factotum. Più pronta di così non posso essere per affrontare una riunione con un così scarso preavviso e senza conoscerne l’ordine del giorno.

Come mai non sono sorpresa? Il direttore generale mi aspetta già in piedi per non far vedere che si alza per me, mi stringe calorosamente la mano e si congratula per la vendita. Visto che lo sapeva? Mi fa cenno di accomodarmi e mi chiede se è arrivato il momento di un altro caffè. Io declino, anche perché se prendo il caffè a quest’ora poi non chiudo occhio per tutta la notte, per quanto lei si possa prodigare per felicemente stancarmi. Poi me ne pento al volo, veder arrivare il segretario eccetera eccetera per servirmi il caffè nelle preziose tazzine del direttore generale sarebbe stato divertentissimo.

Bene, dice, allora chiamo il direttore commerciale, e afferra il telefono – niente gigantesco phablet aziendale per lui, ma un elegante telefonino con la mela morsicata, sottile come la speranza. Mi viene da ridere, di nuovo, pensando alla telefonata da una stanza all’altra dell’ufficio, e per fortuna mi limito ad increspare le labbra. Il direttore generale parla tenendo gli occhi fissi su di me, mi guarda dall’alto in basso e mi dà l’idea di soppesarmi millimetro per millimetro. Ci sono abituata, per carità, e stavolta invece di infastidirmi mi piace.

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