Telefoni – Seconda parte

di cristinadellamore

Sulla porta mi trovo faccia a faccia con il direttore generale che rientra, la giacca sul braccio, cravatta allentata e camicia sbottonata e fradicia di sudore. Ma non è stanco e nemmeno incazzato, sembra che abbia appena fatto dell’ottimo sesso, e magari ha solo camminato per un quarto d’ora sotto il sole; comunque sia, sprizza testosterone da tutti i pori, se non fossi già felicemente prigioniera d’amore probabilmente reagirei come reagisce la collega dell’amministrativo che sento sospirare alle mie spalle, e ha avuto in premio questo incontro proprio mentre andava, lei sì, a prendere il caffè alla macchinetta.

A suo onore devo dire che mi guarda negli occhi mentre mi saluta anche se deve abbassare lo sguardo per riuscirci: nonostante i miei stiletti questo qui mi sovrasta di almeno dieci centimetri; non solo, mi lascia educatamente il passo indietreggiando. Ricambio con un sorriso e solo dopo qualche istante mi accorgo che ho raddrizzato inconsciamente le spalle per far risaltare meglio le tette; lei dice che è una mia reazione quasi automatica, un po’ come l’orripilazione o mostrare le zanne per i primati, e insomma ci devo ancora lavorare. Mentre sono immersa in questo pensiero sento che qualcuno mi apostrofa con una voce molto ma molto suadente, quasi da letto; il direttore generale mi chiede dove sto andando così di fretta.

Non sono pronta a raccontare una balla (un appuntamento di lavoro, per esempio, che poi è una balla solo a metà, ne ho uno fissato nel pomeriggio, ma alle quattro) quindi confesso che sto andando al bar, dopo essermi mezzo voltata per educazione e per esibire il mio profilo: lei dice che lo spettacolo delle mie sporgenze farebbe dannare un santo ma probabilmente esagera, visto che mi ama. Però riconosco che fa sempre un certo effetto nei miei interlocutori.

Stavolta no. Sempre guardandomi in faccia, il direttore generale mi propone con un sorriso di accompagnarmi; ho ragione, dice, è proprio l’ora di un caffè, lo prendiamo assieme. E adesso che faccio? Me lo chiedo mentre mi prende familiarmente sottobraccio e mi guida fuori dal cono di fresco dell’aria condizionata dell’ufficio verso l’ascensore. Bene, per prima cosa ringrazio, ovviamente, e ci riesco senza balbettare, poi comincio a parlare del gran caldo che è scoppiato: non si sbaglia mai.

E invece. Pare che questo gran bel pezzo di maschio lo adori, il caldo, anche quello umido e tropicale di questi giorni, visto che ha vissuto qualche anno in Norvegia, addirittura. Lo considero meglio con la coda dell’occhio mentre usciamo nel sole e, appunto, nel caldo che invita alla pennichella romana: capelli scuri tagliati corti, occhi grigioverdi che rapidamente nasconde dietro gli occhiali da sole, pelle molto chiara. Gli chiedo se ne approfitta per andare al mare, nei fine settimana, e mi risponde certo, ma deve cospargersi di crema ad altissima protezione, per questo non è abbronzato. E mi fa un complimento per la mia, di abbronzatura.

Mi aspetto che mi chieda dove vado al mare, o che magari mi inviti da qualche parte per il prossimo week end, e invece lui parla della Norvegia, dello sci di fondo, del gran freddo e delle case tiepide, delle giornate che d’inverno durano tre o quattro ore e, in tono sognante, delle ragazze norvegesi. Devo offendermi? Certo che no, so riconoscere il cameratismo maschile quando lo vedo, mi tratta come una sua pari, deve dipendere dal fatto che mi sa sposata con lei, e insomma lei mi protegge anche quando non c’è, ed è meraviglioso.

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