Scrosci

di cristinadellamore

Dopo aver trottato a lungo con il contrappunto dei tuoni che si rincorrevano e sotto un cielo plumbeo cominciamo a sentire le prima gocce quando affrontiamo, per l’ultima volta, lo strappo in salita che porta alla scuola privata di élite – qui si è diplomato Mario Draghi, per dire, ed anche lei.

La cugina è in testa e prova a forzare l’andatura, ne ha ancora, ed in effetti io posso tenere il passo, anche se manca più o meno un chilometro: potrebbe starci, ma lei mette la freccia, le dà il cambio e riprende il solito ritmo. So perché: strada sporca e sconnessa, ed ora anche bagnata, rischiamo di scivolare, farci male, addirittura di cadere.

Per fortuna abbiamo messo le sottili giacche impermeabili: le ha scelte lei e sono ottime, non passa una goccia e contemporaneamente non fanno sudare. Non immaginate neanche quanto costano e valgono ogni euro speso.

Conto i tornanti, al penultimo tocca a me. Ci siamo, supero la cugina dedicandole un sorriso; visto che ieri sera ha fatto tardi col suo professore a tavola ci racconterà, spero.

Affianco e supero lei che mi manda un bacio. Comincio a pregustare la doccia che ci aspetta, le mani di lei su di me, scivolose di sapone, che mi accarezzano e strigliano, ora gentili ora arroganti, ma sempre innamorate. Giusto e meraviglioso premio della mia fatica, con le sensazioni che vengano intensificate dal flusso di endorfine.

Meritate, ecco. Concludo l’ultimo tornante, le gocce si fanno più fitte e pesanti, un lampo e subito dopo il tuono. Senza perdere il passo provo a sollevare il cappuccio per ripararmi, ieri mattina siamo state dal parrucchiere e insomma, vorrei se possibile preservare il caschetto nero che lei ama tanto scompigliare con una carezza. Mi imbroglio con le dita e lascio perdere.

Già, meritate. Lei mi affianca per un attimo, mi manda un altro bacio e passa in coda; era per dirmi di continuare così fino a casa. Ora la strada è liscia, manca il passaggio davanti alla chiesa bianca e poi giù fino a casa.

Casa. Una parola enorme, ogni volta che mi viene in mente mi riscalda. Il luogo del nostro amore e della nostra vita, gli armadi che custodiscono le nostre cose, le stanze in cui ci facciamo compagnia e siamo una famiglia. Non ci avrei mai creduto, neanche mi sarei mai permessa di sognare una cosa del genere la prima volta che ci misi piede, ed anche quando ad un certo punto della mia vita, con le cicatrici della violenza e della chirurgia riparativa ancora fresche mi disse: “Da adesso tu stai qui con me, a te ci penserò io”, mi sembrò solo parte di uno scambio equo. Io avrei avuto un tetto sopra la testa, un piatto caldo due volte al giorno, ed in cambio avrei spolverato i mobili, lucidato i pavimenti, lavato i piatti, stirato il bucato e dato tutto il piacere che voleva alla padrona di casa.

E adesso sono anche io la padrona di casa, ed ho messo al sicuro, in fondo ad un armadio, i vestiti che ho scelto e comprato, con i miei soldi guadagnati con il mio lavoro, e che indosseremo quando ci presenteremo davanti al sindaco e diremo, lei ed io, “sì, lo voglio”, quando ci chiederanno se vogliamo costituire una unione civile. Vabbé, io continuo a chiamarlo matrimonio, anche se lei mi riprende, sia pure con il sorriso. Dice che vorrebbe dire accontentarsi,e invece dobbiamo continuare ad impegnarci per arrivare ad ottenere anche noi il matrimonio vero. Giusto, ma già così mi sembra di sognare.

Sotto la pioggia ancora più fitta, tuoni a ripetizione e lampi, affronto la lunga discesa, altri cinque minuti di strada, con fiducia e cautela assieme. Come sto affrontando, ormai, la vita con lei.

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